Il mondo di Arthur Newman

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Un uomo tenta di iniziare una nuova vita cambiando nome e identità; ma sulla sua strada capita Mike, una ragazza fragile e imprevedibile.

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Non bastano due ottimi attori inglesi e buone intenzioni per fare un bel film. Lo dimostra questo poco riuscito dramma in cui le solitudini di due individui fragili e confusi si uniscono in un viaggio per un vagheggiato nuovo inizio, per naufragare di fronte all’inevitabile urto di una realtà che non si lascia plasmare dalle finzioni che i due le impongono. Lui, Wallace Avery (Colin Firth), è un impiegato insoddisfatto, con un divorzio alle spalle, un figlio per cui non prova grande trasporto e una fidanzata sul cui volto annoiato si legge tutto il peso di un tran tran senza prospettive. Lei, Mike (Emily Blunt), è cleptomane, ma l’origine del suo disagio è nella paura di manifestare i segni della schizofrenia che già ha reclamato madre e sorella gemella. Che i due si incontrino sembra proprio un segno del destino, ma la scelta di percorrere insieme un pezzo della strada che dovrebbe portare Wallace, con il nuovo nome di Arthur Newman, verso una nuova vita da istruttore di golf (la sua passione, scopriremo poi che è arrivato a un passo dal professionismo, fallendo per ragioni tutte “di testa”) è di quelle che ogni istante sembra mettere in discussione. Soprattutto perché, a dispetto di un immediato e istintivo riconoscimento tra creature ferite e un innamoramento che si intuisce anche troppo presto, Mike impone al compagno un gioco di mistificazione per cui i due si impadroniscono delle identità di coppie incontrate sul percorso, ne esplorano le case, usano i loro letti per fare l’amore, ma sempre mantenendo una sorta di maschera che li protegga da una pericolosa, reale intimità.,Sulla carta una sfida interessante, che i due interpreti prendono sul serio dando pathos ai loro personaggi; nella pratica un film che diventa presto noioso, rarefatto, persino pretenzioso nel dilatare i tempi e i modi dell’avvicinamento tra i due, destinato, dopo opportuna crisi, a riportarci sulla via di casa… Insomma, uno di quei classici casi in cui la montagna (delle intenzioni e del peso degli interpreti) partorisce il topolino; cioè un film che, pur senza essere indigeribile, si lascia presto dimenticare.,Luisa Cotta Ramosino

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