Il mondo dei replicanti

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In un futuro prossimo l’uomo vive la vita grazie a delle controfigure robotizzate. Finché qualcosa non va storto.

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Surrogates, surrogati: è il titolo originale e più sensato dell’ultimo film di Jonathan Mostow, regista di genere con alle spalle il terzo, non fortunatissimo, capitolo di Terminator e un bell’esordio con Kurt Russell a fine anni ’90, Breakdown. L’idea del film, scritto da Joe Brancato, lo stesso proprio di Terminator 3, è un’interessante riproposizione, quasi un collage di tanti spunti della fantascienza recente e passata. Per motivi di sicurezza, l’uomo non esce più di casa, almeno non in carne e ossa ma preferisce collegarsi con un sistema a metà tra Strange Days e Matrix a delle controfigure robotizzate, una sorta di manichini, nickname mobili con cui vivere la vita in assoluta sicurezza. Una bella idea e neanche troppo lontana da una realtà che impone la sicurezza prima di tutto mettendo in secondo piano la responsabilità. Che cosa è infatti il surrogato se non un enorme , profumatissimo, coloratissimo preservativo che consenta di sperimentare tutto il possibile ? E se qualcosa va storto, nessun problema: il surrogato si cambia, si aggiorna, si sostituisce. Fantascienza inquietante, più dalle parti dei già citati Strange Days e Matrix o di alcune perle carpenteriane come 1997 – Fuga da New York, che non il capolavoro di Ridley Scott che i titolisti italiani hanno voluto maldestramente tirare in ballo. Così, il film funziona, almeno fino a metà: i caratteri non sono riuscitissimi: Bruce Willlis è un detective con immancabili problemi in famiglia, Radha Mitchell è semplice spalla. Quello che stona è il lato thriller, davvero ben poca cosa rispetto alle premesse: l’intreccio è prevedibile, i colpi di scena poco efficaci e la risoluzione davvero poca cosa. Un peccato rovinare una bella idea con un andamento scontato e poco credibile. Sarebbe potuto essere un grande film di fantascienza, come non se ne vedevano da diverse stagioni, invece è un onesto film di serie B, con discreti effetti sociali e poco più.,

Simone Fortunato

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