Il mio nome è Khan

Il mio nome è Khan

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Affetto dalla sindrome di Asperberger, una forma di autismo, Rizvan Khan si trasferisce in America dal fratello per trovare un lavoro e inseguire il Sogno Americano.

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Film ingenuo ma con vari momenti di interesse. La storia segue le vicende di Rizvan, sin dall'infanzia segnata dal difficile rapporto con il fratello ma anche dal rapporto autentico e commovente con la madre, capace non solo di relazionarsi col figlio ma anche di educarlo al vero e al bello, fino all'arrivo in America, all'età adulta e alle conseguenze vissute in prima persona dei fatti dell'11 settembre. Perché Rizvan è musulmano e dopo anni di integrazione si renderà conto di non essere più persona gradita. Scorrevole, nonostante le oltre due ore di durata, ricco di quegli elementi tipici del cinema indiano – colori accesissimi, un'altalena di emozioni forti – il film si presenta come un melodramma dagli evidenti riferimenti a Forrest Gump e Mi chiamo Sam, rispetto ai quali Rizvan è una vera e propria incarnazione musulmana. Stessa relazione significativa con la madre, stessa semplicità contagiosa, stessa genialità, a suo modo, nei rapporti umani. La novità portata dal film diretto da Karan Johar, nome di punta del cinema commerciale indiano, è ovviamente il contesto, prima e dopo l'11 settembre, data chiave per comprendere i fatti di Khan e, probabilmente, di parecchio cinema recente. Il film soffre di uno schematismo a tratti irritante: il cambiamento repentino nei riguardi di Khan dopo le Torri, il finale risibile e la stessa relazione con la bella Mandira, nonostante i bei momenti del corteggiamento e della vita in casa. E la carne messa al fuoco è tanta: c'è la questione religiosa (Mandira è indù), l'integrazione, la diversità e l'accoglienza. Il dramma della morte e il rapporto con la celebrità – perché Rizvan, proprio come Forrest, diventerà anche una star – ma anche il terrorismo e il pregiudizio sull'Islam, un uragano in Georgia e addirittura la politica di due Presidenti degli Stati Uniti. Tanto, forse troppo da gestire per una regia per molti versi enfatica (tutti quei ralenti…) e per una sceneggiatura che per voler dire tutto in relativo poco tempo semplifica, brucia le tappe e abbandona personaggi, come quello della cognata di Rizvan potenzialmente ricchi di senso e di emozioni. Ma, al di là dei tanti difetti e anche di un certo schematismo ideologico, Il mio nome è Khan ha punti di interesse. Su tutto, la semplicità di sguardo del protagonista, interpretato dall'ottimo Shah Rukh Khan penalizzato da un doppiaggio anonimo, la sua capacità innata di guardare al bene della realtà e anche l'attenzione riposta sul figlio di Mandira. E, infine, questa figura della madre, concretissima, che riesce a tirar grande il suo bambino non nascondendo la sua diversità ma accompagnandolo, con discrezione e tenacia fuori dall'isolamento a cui la malattia l'avrebbe senz'altro condannato.,

Simone Fortunato

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