Il mio capolavoro

Il mio capolavoro

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Un gallerista elegante e deciso, un artista scontroso e misantropo: sembrano non avere nulla in comune, ma la loro è un’antica amicizia. Ma il primo ormai non sopporta più il secondo…

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L’inizio ci mostra il protagonista, il gallerista Arturo Silva, che gira in auto per Buenos Aires (città che – ci dice con la sua voce da narratore – può essere la più bella e la più brutta del mondo), si presenta come un uomo di classe e sicuro di sé. E aggiunge di essere un assassino… Quale reato abbia commesso lo scopriremo più avanti, in un film che non è un giallo – ma anche se in più punti sospettiamo lo diventi – ma che ha non pochi colpi di scena (tra incidenti, perdite di memoria, decessi…). Difficile quindi darne conto, se non a grandi linee. Se Arturo è un affermato uomo di successo, il suo (ex) amico Renzo è un artista un tempo molto amato e in voga ma ormai trasandato e incostante, mal vissuto e male invecchiato, che dipinge sempre meno, e con sempre meno entusiasmo nella sua foga antisistema ma anche anti se stesso. Le sue opere non si vendono più (ma a lui, per quanto indebitato e in miseria, non interessa: anzi, sembra detestarle), e Arturo lo aiuta per pietà; anche se lo sopporta sempre meno. Ma quando la vena dissacratoria di Renzo non si esprimerà più maltrattando le persone (anche un giovane fan) e in battute umoristiche ma in forme più pesanti contro un committente importante, la storia prenderà un’altra piega.
Il mio capolavoro, diretto da Gastón Duprat senza il sodale Mariano Cohn (con cui diresse altri due film collegati all’arte: L’artista e Il cittadino illustre, e che comunque qui figura tra i produttori), è un film un po’ ondivago, che prende e abbandona varie strade e utilizza vari toni e generi: dalla commedia pura al dramma, al grottesco, perfino al noir. Anche se alla fine tutto si riconfigura nella parte finale e si definisce, in un film su un rapporto di amicizia incrinato dalla diversità di caratteri ma tutto sommato resistente a tensioni e rotture, con varie sorprese narrative (e non solo), che durante l’opera sarà interessante scoprire.
Non inedito – anche perché altri film negli ultimi anni ce l’hanno mostrato – è anche lo sguardo sarcastico sull’arte contemporanea ma soprattutto sul variegato mondo che vi ruota attorno, dai venditori senza scrupoli o più amanti del business che dell’arte ai compratori danarosi che comprano decine di opere in blocco per finire a critici e spettatori che cambiano giudizio su un artista in base a fattori non razionali ma emotivi.
Ma i temi e gli spunti sono tanti, forse troppi. Ne Il cittadino illustre certe intuizioni folgoranti si perdono a tratti in divagazioni che sviano dalla storia principale, e il risultato è forse inferiore alle premesse di partenza. A Duprat sembra sempre mancare qualcosa per fare il “suo” capolavoro. Ma ha ancora tempo (non ha ancora 50 anni). E, in ogni caso, le sue battute folgoranti e le sue continue trovate vanno spesso a bersaglio e non passano inosservate. Con un punto di forza indiscutibile: la coppia di interpreti formata da Luis Brandoni e Guillermo Francella (comico molto popolare, ma a noi rimane impresso il suo terribile patriarca criminale de Il clan) funziona alla grande, con l’inserimento a un certo punto di un ottimo terzo incomodo (lo spagnolo Raúl Arévalo, che era uno dei due detective nell’ottimo La isla minima); sperando che il doppiaggio, a volte infausto con i film latini, non lo renda troppo piatto. Alla fine Il mio capolavoro si spegne un po’ via via, per poi riprendersi bene alla fine: non sarà un’opera memorabile, ma è gradevole quanto basta per farsi apprezzare in virtù di ottime dosi di intelligenza, classe e umorismo.

Antonio Autieri