Il Mercante di Venezia

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Non è la prima volta che Al Pacino si cimenta con un testo Shakespeariano: l’avevamo già ammirato nel Riccardo III, di cui

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Non è la prima volta che Al Pacino si cimenta con un testo Shakespeariano: l’avevamo già ammirato nel Riccardo III, di cui firmò anche la regia. Questa volta è l’inglese (ma indiano di nascita) Michael Radford ad offrirgli l’opportunità di interpretare nuovamente un personaggio nato dal genio del drammaturgo del 1500. Ed ecco che Pacino si cala nel ruolo drammatico e torbido di Shylock, lo strozzino ebreo protagonista de Il Mercante di Venezia. In una Laguna cupa e livida dove i cristiani costringono gli ebrei a vivere emarginati nel ghetto, umiliati e offesi, grazie al ricco mercante Antonio (un bravo ma troppo effeminato Jeremy Irons), Shylock intravede il suo tanto atteso riscatto: se il mercante cristiano non gli restituirà i denari che gli ha prestato entro un termine prestabilito, soddisferà il suo credito prelevando dal suo corpo una libbra di carne, praticando una vendetta dettata dall’odio nei confronti non solo dell’uomo che da sempre lo insulta, ma di tutti i cristiani di Venezia. Ma qui c’è il primo grande problema del film: nelle scene di apertura, servendosi di alcune scritte in sovraimpressione che descrivono la Venezia di fine ‘500 quasi come fosse un campo di concentramento, e girando una sequenza violenta in cui uno strozzino ebreo viene gettato nel Canal Grande da un gruppo di cristiani inferociti, il regista “impone” allo spettatore una chiave di lettura soggettiva ma soprattutto inesistente nel testo originale, una gratuita quanto storicamente scorretta sferzata anti-cristiana. E così l’usura appare quasi uno strumento giusto e lecito per “difendersi” dal razzismo antiebraico. Un incipit che contrasta fortemente con la scrittura originale di Shakespeare, il quale, pur trattando il tema del contrasto ebrei-cristiani, proponeva una chiave di lettura decisamente diversa, incentrando il dramma sul contrasto tra uomini e non tra religioni. Ma nonostante questo tonfo che ha un peso notevole nell’economia del film, la narrazione regge bene dall’inizio alla fine, forte di una sceneggiatura solida (dello stesso Radford) e di un cast brillante dove Pacino, solitamente sopra le righe e celebre per i suoi toni “esagerati”, regala allo spettatore una prova misurata ma di una intensità lancinante, dove il dramma di un uomo relegato ai margini della società per l’attività che svolge e abbandonato dall’amatissima figlia, si intreccia alla disputa legale di fronte al Doge che lo vedrà sprofondare per sempre nel baratro della solitudine e del fallimento. Sullo sfondo si sviluppa la storia d’amore tra Bassanio e Porzia, la seconda nota dolente del film. Se Joseph Fiennes perde tempo ad autocelebrarsi come se fosse un novello Laurence Olivier, forse anche per le sue non eccelse prove dopo il successo di Shakespeare in Love, le vicende di Porzia, alle prese con una serie di pretendenti ridicoli e assai improbabili, guidano il film, a tratti, verso il ridicolo involontario. Restano comunque le locations straordinarie, la bella fotografia e, come già ricordato, un Pacino mirabile.,

Francesco Tremolada

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