Il grande spirito

Il grande spirito

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Tonino è un ladro in fuga dai suoi complici. Ha preso il bottino e si è rifugiato su un tetto, dove abita Renato un uomo che si crede un Sioux

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L’uomo del destino e un Sioux che si fa chiamare Cervo Nero. La fuga, l’attesa, il tradimento. I temi e i riferimenti sono alti ne Il grande spirito, il nuovo film di Sergio Rubini. Tonino (Rubini) è un uomo che ha fatto del furto la sua unica possibilità. Sta organizzando un grande colpo, o meglio, è un “esecutivo” di un grande colpo ai danni di un’anziana. I suoi complici sono duri, decisi, immorali, potenti. Non hanno dimenticato il passato di Rubini, le sue dipendenze e le sue inadeguatezza a cominciare dal suo appellativo Barboncino. Non gli danno fiducia, e Tonino tenta l’impossibile e fugge. Si fa male ma almeno raggiunge, nascondendosi, un tetto dove vive Renato (Rocco Papaleo), un uomo che vive sempre con la fascia rossa sulla testa, si crede un pellerossa e crede che Tonino sia proprio l’uomo del destino. Tonino si fa guarire, controlla le strade rimanendo trasparente ai più; e nel frattempo l’attesa si nutre di immaginazione, di un possibile ritorno all’amore, alla guarigione fisica, al riscatto.

Si vede lontano, come un mostro architettonico, l’Ilva di Taranto: l’industria siderurgica che continua a mietere vittime innocenti, vero polmone nero di morte pugliese. Si intravvedono i fumi, si percepiscono i veleni trasparenti, la diossina, PCB e metalli pesanti che ogni giorno i tarantini respirano. Nel western cittadino che Sergio Rubini ha scritto, diretto e interpretato la lotta è impari;: Rubini è un ladro che spera di scappare contro i suoi ex complici che tengono sotto assedio il quartiere. Potrebbe essere la lotta del singolo contro la società ma il punto vero dell’azione è Renato, un puro mai disilluso che lotta per rimanere sul tetto, per non svendere il suo abitacolo agli avidi commercianti.

Il grande spirito manifesta ancora la poliedrica inventiva di Sergio Rubini, che si approccia al cinema cercando continuamente nuove vie narrative, nuovi modelli di genere. La sua forza è anche la scelta oculata del cast, il sapere chi sia l’attore giusto per ogni film che realizza. Certo alcuni richiami ci sono, come il puro capostazione in La stazione, ma questo film manifesta in qualche modo la ricerca cinematografica di Rubini. Per chi però non si trova a suo agio con il genere e con i personaggi raccontati questo film pone una certa distanza con lo spettatore. Puoi entrare nella storia o puoi rimanere a guardarla senza emozionarti, perdendo, man mano che gli eventi proseguono, la speranza che qualcosa o qualcuno potrà redimere un uomo (ovvero Tonino). Il grande spirito, che racconta una difficile e inaffidabile amicizia, è anche un film su una grande amicizia, che ha sapore dell’inatteso, ma non del futuro. L’attesa lascia amarezza nel cuore perché quello che conta è appropriarsi di un possibile bottino e quindi di un possibile domani. Per i protagonisti il destino sembra privato di appigli, con troppe secche in cui si affonda. Certo un’impronta gettata, un tentativo c’è: eppure la miseria umana ha, comunque, sempre il sopravvento.

Emanuela Genovese