Il grande Lebowski

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A partire da uno scambio di persona, Jeffrey Lebowski, detto Drugo, si ritrova suo malgrado al centro di una serie di vicende surreali.

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Accolto tiepidamente al cinema e snobbato dai maggiori festival, Il Grande Lebowski si è conquistato l’affetto del pubblico lentamente, con gli anni, e oggi può considerarsi senza dubbio uno dei più grandi cult movies di sempre.
La trama è strutturalmente semplice, ma dallo sviluppo surreale, pensato per disorientare lo spettatore. Tutto ha inizio quando degli sbandati fanno irruzione in casa del Drugo, un eccentrico perdigiorno senza lavoro, e lo aggrediscono chiedendogli dei soldi, perché lo hanno scambiato per un milionario suo omonimo. Chiarito l’equivoco, gli aggressori se ne vanno, ma non prima di aver orinato su un tappeto. Il Drugo decide così di presentarsi dal milionario (il “grande Lebowski” del titolo), chiedendogli di risarcirlo per il tappeto rovinato. Da qui in poi, la storia si arricchisce di numerosi punti di svolta sempre più assurdi. Il susseguirsi di eventi, che a conti fatti non porta da nessuna parte, è soltanto un pretesto per portarci nel mondo di Drugo: un microcosmo sostanzialmente abitato da lui e dagli amici Walter e Donny, un gruppo di perdenti che combattono la loro guerra quotidiana sulle piste da bowling, mentre lo spettro della guerra, quella vera (siamo nel periodo dell’invasione irachena del Kuwait), è solo una voce in sottofondo alla televisione.

Ben supportato da personaggi secondari come le due spalle comiche John Goodman e Steve Buscemi, l’artista “vaginale” Maude/Julianne Moore e il campione di bowling Jesus/John Turturro, Jeff Bridges dà vita a quello che è ancora il suo personaggio più famoso, l’opposto del tipico eroe hollywoodiano tutto improntato all’azione in vista del raggiungimento di un obiettivo: il Drugo è un inetto che si fa trascinare dagli eventi, facendosi continuamente usare e imbrogliare, e tuttavia rimanendo sempre uguale a se stesso. “The Dude abides”: tradotto “il Drugo sa aspettare”, ma più precisamente “il Drugo sta, il Drugo rispetta” lo stato delle cose, con un irresistibile candore. Impossibile non empatizzare con questo antieroe, che piccoli e grandi incidenti della vita (dagli screzi al bowling, a furti, rapimenti, ricatti, persino una morte) ci riconsegnano ogni volta in pace col mondo. Tutti i personaggi sembrano funzionali alla satira sociale o alla parodia: c’è il polacco convertito all’ebraismo che considera la guerra in Vietnam la misura di tutte le cose; il narratore/cowboy malinconico che perde il filo del discorso; i fantomatici nichilisti che agiscono goffamente… Drugo sembra essere l’unico cui non importa altro che essere… Drugo (“the Dude”, ovvero il Tizio, uno qualunque). Al termine di un percorso apparentemente fallimentare, questa serena consapevolezza è ciò che rende il Drugo un personaggio a suo modo vincente: non è più intelligente né più ricco, non ha capito quasi niente di ciò che gli è accaduto e quando ha capito non gli è servito a nulla, eppure in lui c’è un’inossidabile positività che lo porta a non curarsi più di tanto del caos della vita, e invece a bearsi di quei pochi, piccoli piaceri che si può concedere. Perché una partita di bowling con gli amici vale più di qualunque “nichilista” che arrivi a scombinarti l’esistenza.
Un film da non perdere, perché costituito da un mix di elementi vincenti (regia, sceneggiatura, colonna sonora, interpreti, e molto altro), di cui lo straordinario protagonista è soltanto la punta di diamante.

Maria Triberti

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