Il giardino di limoni

Il giardino di limoni

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Vicino al piccolo appezzamento di una vedova palestinese viene ad abitare il Ministro della Difesa israeliano; questi pretende che gli alberi di limoni della donna vengano sradicati in quanto tra di essi potrebbero nascondersi attentatori. La donna decide di opporsi e si affida a un avvocato.

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Sarebbe stato facile girare un documentario di denuncia sulle vessazioni cui quotidianamente sono sottoposti migliaia di palestinesi della Cisgiordania o della Striscia di Gaza; altresì sarebbe stato altrettanto facile mostrare il pericolo e l’insicurezza nei quali vivono ogni giorno i cittadini israeliani. Il regista israeliano Eran Riklis (La sposa siriana) sceglie una via più scomoda, un film che parte da storie personali, e riesce a realizzare un film interessante, i cui personaggi sono equilibrati e ben descritti. Tutto inizia con una lettera: alla vedova Salma Zidane (Hiam Abbas) viene comunicato che il suo frutteto di limoni verrà sradicato, in quanto possibile rifugio di eventuali attentatori alla sicurezza del ministro della difesa israeliano, che è venuto ad abitare di fianco alla proprietà della vedova. Di fronte alla paventata distruzione del frutteto piantato dal padre più di mezzo secolo prima la donna intraprende un cammino difficile, spinta dalla volontà di non più soffrire per decisioni prese da altri. Si rivolge a un avvocato: giovane, divorziato, con il quale nasce anche un sentimento delicato. Salma è guardata con sospetto anche dai suoi, che preferirebbero vederla accettare silenziosamente il ruolo di vittima degli israeliani e rifiutare l’indennizzo che spetta in questi casi. In più, la relazione con un uomo più giovane e divorziato (anche se platonica) è assolutamente da evitare. Dall’altra parte, la doppia faccia del ministro che in pubblico scarica la responsabilità della scelta sui servizi segreti mentre invece l’ordine proviene da lui stesso, suscita imbarazzo e dubbi nella moglie, che sospetta anche che lui la tradisca con la giovane assistente. Nascondimenti, menzogne, doppio gioco: a uscirne con dignità sono le due donne: la moglie del ministro, che non accetta la “ragion di stato” e non vuole che la vicina venga vessata inutilmente; la donna araba, che vuole vivere a testa alta, affermando cuore e ragione a dispetto di chi la vorrebbe silenziosa e remissiva. Un piccolo film che invita a guardarsi in faccia, a parlare, a capire che per intendere le ragioni dell’altro basta ascoltare.,

Beppe Musicco

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