Il fantasma dell'opera

Il fantasma dell'opera

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XIX secolo. Un musicista geniale e sfigurato vive nei sotterranei del Teatro dell’Opera di Parigi e terrorizzando gli artisti e gli spettatori con veri e propri “colpi di teatro”. L’unica a scamparla è una giovane cantante da lui protetta ed amata.

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Non c’è bisogno di troppi preamboli per introdurre questa pellicola, ennesima versione di un celebre musical di Andrew Lloyd Webber (ne sono state realizzate altre dieci versioni in diversi paesi del mondo – Francia, Germania, Spagna e ovviamente anche Italia, in cui ne sono stati realizzati dieci tra cui una sfortunata prova di Dario Argento e figlia Asia). La storia – di per sé affascinante e stimolante per l’interpretazione degli attori e per l’abilità del regista – è quella stra-nota di un “fantasma” – che poi non è tale – che ha un lato cattivo (terrorizza tutti nel teatro, a volte anche uccidendo) e uno buono (è un genio della musica ed è sinceramente innamorato di una dolce, giovane cantante). È una storia che offre la possibilità di grandi scene e belle musiche. Insomma, le potenzialità ci sono tutte, la riuscita del film sta nel saperli miscelare insieme sapientemente. E in questo ha parzialmente fallito il film di Joel Schumacher. Innanzitutto perché è un musical le cui musiche non sono particolarmente coinvolgenti e memorabili, risultando alquanto ripetitive senza mai indirizzarsi decisamente verso il moderno o verso il classico, risultando così a volte una non riuscita via di mezzo tra i due stili. Ma soprattutto (e qui il povero Schumacher non si può sapere quanto c’entri, molto probabilmente poco o niente) la versione italiana del musical è tutta doppiata nella nostra lingua, canzoni comprese! Questo purtroppo, lungi dall’essere un vantaggio, risulta invece un impaccio per la godibilità del film, dal momento che uno dei principali motivi dell’assistere a questo genere di spettacoli sta proprio nello scoprire il talento musicale degli interpreti, godendosi le canzoni nella loro lingua originale, visto che sono originariamente scritte per meglio aderire alla messinscena. Dei banalissimi sottotitoli sarebbero stati sufficienti (e poi ci si lamenta perché gli italiani non parlano l’inglese…) Invece queste infelici decisioni influenzano negativamente l’80% di ciò che si poteva dire di questo film; restano da salvare le ottime scene, i costumi e la freschezza (ma con un talento ancora tutto da dimostrare) della protagonista Emmy Rossum (già vista ne L’alba del giorno dopo): troppo poco per riscattare quanto finora detratto. Peccato per Joel Schumacher, regista discontinuo, ma che ultimamente si era fatto apprezzare per il bel In linea con l’assassino con Colin Farrell. ,

Eva Anelli

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