Il cliente

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Una misteriosa aggressione a una donna cambia la vita di una coppia di coniugi, tra ricerca del colpevole e desiderio di dimenticare

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Inizio di notevole tensione, parola chiave nel cinema di Asghar Farhadi: a Teheran Emad e Rana, una coppia di coniugi e attori (lui è anche insegnante) è costretta una sera ad abbandonare di corsa la casa; e con loro scappano tutti i condomini per i rischi di crollo del palazzo (si vede fuori una gru che sta effettuando dei lavori). Tutti hanno paura, la coppia sta andando via, ma l’uomo viene richiamato da una donna con figlio disabile, che lui si carica sulle spalle. Si teme succeda qualcosa di irreparabile, ma non succede…

La strategia di Farhadi è spesso questa: mettere i personaggi al centro di tensioni crescenti, per quanto accade all’esterno ma soprattutto all’interno delle relazioni tra persone. Era così in About Elly, il film che lo rivelò anche in Italia, e soprattutto in La separazione che gli fece vincere premi in tutto il mondo, tra cui l’Oscar per il miglior film straniero. Poi fu la volta di Il passato, girato in Francia, dove gli scontri tra i personaggi erano molto esasperati. Qui all’inizio sembra diverso, a parte la casa pericolante: gli amici aiutano la coppia – che fa parte di una compagnia teatrale – a portar via le cose, un attore più anziano offre loro a condizioni di favore un suo appartamento che si è appena liberato. Certo, quella stanza chiusa zeppa di vestiti e oggetti della precedente inquilina prima li irrita e un po’ li inquieta. Là ci viveva una donna, che non trova un’altra sistemazione e quindi non si decide a venire a riprendersi la sua roba. E che intanto non risponde alle telefonate, o se lo fa minaccia… Quella donna, si scoprirà, fa un mestiere “disonorevole”: e una sera, credendola ancora lì, si farà vivo un suo cliente…

Essendo le storie di Farhadi sempre venate di thriller, non è il caso di svelare troppo. Diciamo che un “fatto” drammatico – ma non si capisce fino a che punto, per i troppi non detti tra moglie e marito – scatena la crisi nella coppia: una crisi in cui i due reagiscono in modo diverso, mentre le distanze aumentano progressivamente. In scena, intanto, la pièce Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller sembra echeggiare le loro inadeguatezze e le loro perdite di certezze.

Farhadi ancora una volta mostra la complessità delle relazioni umane, in particolare all’interno della coppia come nei due film precedenti. Il film, che ha vinto a Cannes 2016 il premio per la miglior interpretazione maschile e quello per la sceneggiatura, è abile nel portare i personaggi sempre sul punto di crollare, e a creare anche suspense nello svelare sempre nuovi punti di vista e verità: sul comportamento della donna, vittima di violenza terrorizzata e desiderosa di dimenticare quanto avvenuto (senza neppure far denunce alla polizia), ma anche non del tutto trasparente con il marito; su quello del marito, che vuole giustizia (o vendetta?) ma che sembra maggiormente turbato dal fatto che i vicini – cortesi ma invadenti – sappiano quel che è successo e che eventuali illazioni possano recar danno alla loro reputazione; sul colpevole, che a un certo punto Emad crede di aver individuato. Mentre la verità è molto più intricata.

Un limite del film, a nostro parere, è però nella parte finale in cui la vicenda si appesantisce per eccesso di “crudeltà”, verso i personaggi e verso lo spettatore; funzionale alla “morale” severa che ne vuol cavare l’autore, ma un po’ troppo punitiva. L’asciuttezza di About Elly e soprattutto del capolavoro La separazione, che pure non faceva affatto sconti, fanno pensare che maggior equilibrio e misura siano anche più efficaci. Rimane comunque una prova in larga parte convincente, in particolare grazie alla prova di tutti gli interpreti e al parallelo tra vita e teatro, e alle qualità di regista dell’autore iraniano; che oltre tutto fa trapelare anche stavolta tra le righe il suo giudizio sulla situazione del suo Paese (l’accenno alla censura dell’opera, con tre punti che non superano il vaglio della commissione; e pure il palazzo abbandonato, pieno di crepe, che sembra aver valore metaforico). Ma con più controllo sul finale quello che è un buon film poteva risultare notevolissimo.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...