Il caso Spotlight

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A Boston, nella redazione del più importante quotidiano cittadino si indaga su uno scandalo che riguarda la Chiesa Cattolica.

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Nel 2001 al Boston Globe arriva un nuovo direttore che spinge il team specializzato nelle inchieste, la sezione Spotlight, a prendere in mano il caso di un sacerdote accusato di pedofilia… Il gruppo di reporter, guidato da Walter Robby Robinson, grazie a un indagine minuziosa giunge a scoprire un numero molto più ampio di casi di pedofilia tra i sacerdoti e, cosa ancor più grave, inizia a sospettare una sistematica opera di coperture tra le altre gerarchie ecclesiastiche, ma anche di connivenza da parte del sistema e della società civile, nonché di un astuto sfruttamento della situazione da parte di avvocati senza scrupoli. Da qui nascerà un reportage (che vincerà il premio Pulitzer) capace di sconvolgere un’intera città.
Di fronte a un film come questo, che al di là del proprio percorso cinematografico tra pubblico e premi (il cast e la sceneggiatura ne hanno già vinti parecchi e il film ha ottenuto sei candidature agli Oscar 2016) finisce inevitabilmente per diventare parte di una discussione a livello internazionale su errori e omissioni veri e presunti da parte della Chiesa Cattolica, è difficile quanto necessario mantenere un occhio aperto e lontano dai pregiudizi. Anche perché giudicare Spotlight guidati da una preoccupazione ideologica di qualunque direzione impedirebbe di coglierne la forza e la profondità e di percepirne il valore artistico e lo spessore umano. Il film di Thomas McCarthy è molto classico dal punto di vista dell’impianto e della regia, volutamente discreta quanto simbolicamente meditata (è difficile non trovare un’inquadratura della città di Boston che non contenga almeno il profilo di una chiesa). Il richiamo – inevitabile, anche perché del team dei reporter faceva parte anche il figlio di uno dei due giornalisti scoperchiatori dello scandalo Watergate – è ai grandi film di inchiesta di Hollywood, con un team di segugi alla ricerca della verità contro un sistema titanico e onnipotente: una storia di Davide contro Golia destinata a vedere il trionfo della verità.
Spotlight, pur sfruttando alcuni elementi del genere, però, ha il merito di mettersi in gioco fino a fondo non in una semplice partita di buoni contro cattivi (il male, se è così che va definito, quando appare nei panni di un anziano prete solitario e forse nemmeno del tutto consapevole ha più del banale che del mefistofelico, e anche all’antagonista cardinale Law viene regalata poco più di una scena), ma in un progressivo affondo alla ricerca della responsabilità personale, dell’integrità professionale, dei sacrifici che essa comporta e dei molti errori e compromessi dei singoli. I giornalisti del team sono presentati soprattutto nella loro dimensione professionale (alcuni di loro, come il testardo e battagliero Michael Rezendes, sembrano avere solo quella) e con pochi significativi tocchi personali, ma vivono grazie alle notevoli interpretazioni degli attori, primo tra tutti Mark Ruffalo e Michael Keaton.
Il vero motore di tutto quanto accadrà, il nuovo direttore Marty Baron giunto da fuori che indirizza i suoi su un caso apparentemente dimenticato, è l’outsider capace di vedere con occhi nuovi quello che un’intera città aveva voluto ignorare per anni ma resta volutamente sullo sfondo se non per un primo acuto confronto con il cardinale sul ruolo e i doveri della sua professione (era una ben stabilita tradizione che i nuovi direttori del quotidiano fossero convocati in arcivescovado a inizio incarico). Il film riesce benissimo ad immergersi nell’atmosfera di una città e un’epoca (è la stessa degli attacchi dell’11 settembre, che misero ad un certo punto in stand by l’indagine), facendone emergere contraddizioni, segreti e inevitabili connivenze, e palpita della passione guerriera e dolorosa dei suoi protagonisti, ciascuno dei quali deve confrontarsi a modo suo con le conseguenze delle proprie scoperte. Uno dei momenti più commoventi della pellicola, del resto, arriva quando Rezendes contempla con sofferta nostalgia il distacco definitivo con la religione della sua infanzia che la scoperta della verità ha provocato.
Il film ha la pazienza di mettere in scena con sostanziale fedeltà il mestiere del giornalista di inchiesta nella sua accezione più vera (la ricerca – tra interviste, archivi, testimonianze e verifiche durò parecchi mesi), e per certi versi potrebbe essere letto anche come un’elegiaca celebrazione di una professionalità al tramonto di fronte al montare dell’informazione odierna, istantanea globalmente connessa quanto spesso inaffidabile. Oltre che in una onestà di fondo nel presentare i fatti che riferisce, il valore maggiore di Spotlight sta per chi scrive nella capacità di interrogarsi sulla responsabilità personale, di fronte a una tragedia collettiva, proprio a partire dai suoi protagonisti, che sarebbe stato fin troppo facile presentare come paladini senza macchia e senza paura di una verità scomoda per tutti gli altri (si veda il confronto con il più banale Truth, dramma giornalistico con Cate Blanchett e Robert Redford).
Al netto di poche scorciatoie e semplificazioni, non tutte inevitabili (l’epitaffio ironico sul trasferimento del cardinal Law a Roma o il personaggio dell’ex sacerdote scrittore, che diventa la fonte principale di molte scoperte mai mai messa in discussione), Spotlight sfrutta al meglio un ensemble di interpreti eccezionali per costruire una storia che rifugge la tentazione del facile effetto drammatico o del pur comprensibile sdegno per svelare gradualmente l’impatto più profondo e doloroso della rinuncia alla verità.

Laura Cotta Ramosino

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