Il capitale umano

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Due famiglie unite dai soldi, dai figli, da un caso di cronaca…,

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Il goffo agente immobiliare Dino Ossola fiuta il colpo della vita quando conosce, grazie al tennis e a una storia d’amore della figlia, il finanziere Giovanni Bernaschi: per entrare nel suo fondo che promette il 40% di guadagno, ci mette soldi (presi in prestito) che non ha. Intanto la storia della figlia Serena con Massimiliano, figlio del finanziere, sembra un’assicurazione. Ma ci sono altri gradi di separazione minimi tra le due famiglie, che si scopriranno man mano, tra mogli frustrate e fuori dal mondo e mogli giudiziose e in dolce attesa ma altrettanto inconsapevoli, amori che nascono e amori che muoiono, tradimenti grotteschi e un incidente stradale misterioso su cui indaga un commissario che conosce come va il mondo.

La trama del film scritto da Paolo Virzì con l’amico e collaboratore di sempre Francesco Bruni e con Francesco Piccolo è molto più intricata e avvincente, ma svelare troppo di questo anomalo giallo sarebbe inutile e colpevole. E sorprende, essendo la prima incursione di Virzì in territori “noir” dopo tante commedie pur dolceamare: qui si sorride poco e a denti stretti per i passi falsi di personaggi spesso inadeguati. Dall’omonimo romanzo dell’americano Stephen Amidon, il regista livornese – che trasporta la vicenda dal Connecticut alla Lombardia (tra Brianza, Como e Milano) suscitando polemiche politiche e sociologiche – confeziona un film che mescola thriller d’autore, intrecci finanziari, affresco di famiglie con problemi in una partitura in tre atti con tre punti di vista diversi; alla Rashomon o alla Rapina a mano armata. Al netto di tesi un po’ precostituite e anche in ritardo (la Brianza ricchissima può giustamente irritare, in questi tempi di crisi, come pure l’idea di una Provincia affacciata su un lago – di Como? il film lo fa pensare, anche se certe scene sono girate a Varese, ma non lo dice – altrettanto ricca e con attività culturale azzerata), che emergono più nelle dichiarazioni alla stampa che nel film, Virzì ha la capacità di disegnare bene personaggi che si imprimono subito nello spettatore: Fabrizio Gifuni non è mai stato così bravo nel disegnare il finanziere spiccio e senza scrupoli nonché fonte di complessi per il figlio, Fabrizio Bentivoglio altrettanto efficace nel ruolo inedito del gaffeur isterico che cerca spazi in società e facili guadagni, Valeria Bruni Tedeschi dà una coloritura nuova al suo personaggio di donna in crisi (svanita e ignara di tutto, desiderosa di riprendere da un altro lato la vecchia strada del teatro, ma al dunque di un’amara lucidità), Valeria Golino (che si vede meno, purtroppo) è una psicologa e moglie saggia anche se non si rende conto di quel che le succede intorno, Luigi Lo Cascio un professore di teatro ambivalente (e tutta la riunione con il comitato guida di un teatro da salvare è da applausi). E anche i figli, interpretati da attori esordienti, sono ben delineati nella loro tenera inadeguatezza al mondo degli adulti. Forse meno riuscita la parte che introduce un altro giovane, dai tratti più stereotipati (ma con un altro adulto, uno zio poveraccio e losco, inquietante come quelli del mondo dei ricchi); e anche lo scioglimento del giallo lascia qualche alone di incertezza (un personaggio tradisce involontariamente un altro lasciando aperto un computer in modo poco credibile). Mentre la frase riguardo alla scommessa sulla rovina dell’Italia accentua le ambizioni che rischiano di schiacciare il film.

Ma l’apologo contro una borghesia gretta – riecheggiano certi film di Claude Chabrol – e sull’ossessione del denaro (il capitale umano è il parametro che serve alle assicurazioni per quantificare il risarcimento dopo un incidente in base a età, ricchezza e altri criteri: come dire che la vita ha un prezzo), se si riesce a leggere in tono universale e non solo come j’accuse contro il “perfido” Nord, complessivamente funziona. Come pure la descrizione dei guasti subiti da ragazzi che si trovano genitori che non solo non sanno educare, ma nemmeno sembrano consapevoli di questa urgenza. Soprattutto, il film ha il buon gusto di terminare con una tonalità meno cupa che restituisce una prospettiva. Giusto per evitare di pensare che, deterministicamente, per ognuno sia inevitabile pensare e vivere come se il denaro sia l’unico motore dell’uomo.

Antonio Autieri

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