Il campione

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Un giovanissimo e indisciplinato talento del calcio viene costretto a studiare dal suo presidente con un professore privato, in vista degli esami di maturità

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Il giovanissimo Christian Ferro è un grande talento nel calcio, che lo porta a diventare idolo della propria tifoseria e, ad avere tutto quello che vuole: soldi, donne, una casa mozzafiato, un parco auto invidiabile… Ma viziato e indisciplinato, anche per colpa delle persone di cui si circonda, conduce una vita sregolata che crea continui problemi a sé stesso e alla sua squadra, la Roma. Il cui presidente lo mette alla strette: dovrà dimostrare serietà di comportamenti e disciplina, a cominciare dallo studio; anche in vista degli esami di maturità. Per fargli mettere la testa a posto viene scelto Valerio Fioretti, un ex professore in crisi con qualche dolore alle spalle e nessun interesse per il calcio. Il loro rapporto non sarà per nulla facile…

L’esordio alla regia di Leonardo D’Agostini è ambientato nel mondo del calcio, ossessione italiana come poche altre cose eppure poco raccontato dal nostro cinema; e raramente con l’impressione di sapere di cosa si parla. Ed è già un merito aver messo a fuoco la distanza tra l’immaginario di questi giovanissimi campioni cui tutti concedono troppo (vedere l’atteggiamento dei poliziotti delle prime scene nei confronti del loro idolo calcistico) con la realtà di ragazzi che si vedono scaraventati in una dimensione economica e mediatica che non sono capaci di gestire, tra lutti non risolti (la morte della madre) e amici e parenti inaffidabili o manager senza scrupoli che vogliono sfruttare la gallina dalle uova d’oro. Inutile cercare un solo “modello”: dal primo Totti a Cassano, da Balotelli a Donnarumma e chissà quanti altri, dietro CF24 (come si fa chiamare Ferro scimmiottando Cristiano Ronaldo) c’è un po’ di tutto. Ne Il campione, in realtà, il calcio è un pretesto per un classico racconto di formazione e crescita – attraverso l’ancora più classico rapporto tra maestro e allievo, in cui ognuno può imparare dall’altro – ma è importante che i luoghi, gli ambienti, gli umori siano credibili, anche se il bravo protagonista Andrea Carpenzano (rivelato da Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni, e poi confermatosi in La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo, e qui in grado di coniugare rozzezza e tenerezza con grande efficacia) viene sostituito da controfigure nelle sequenze calcistiche che sono tra le più difficili in ambito sportivo (anche gli stadi di serie A, sembrano spesso campetti di provincia o di periferia). Al netto però di qualche dettaglio, quindi, l’ambientazione è appunto convincente soprattutto nel dietro le quinte (numerosi i camei di giornalisti e commentatori tv), dai campi di allenamenti (la Roma ha messo a disposizione del film il suo centro sportivo di Trigoria) alla casa di Christian, e ancor più nel descrivere i personaggi, a cominciare dal campione e il professore (un misurato Stefano Accorsi) ma anche alcuni di quelli secondari (una citazione per il presidente del club, interpretato dal grande Massimo Popolizio). Con belle intuizioni come gli schemi visivi per avvicinare il ragazzo allo studio e una qualità della stima che nasce tra i due protagonisti che ha i tempi giusti, progressiva e non a strappi e forzature.

Vero, come tanti hanno notato, che di originale c’è poco e che cliché e possibili riferimenti cinematografici si sprecano (da Will Hunting e Scoprendo Forrester a Scialla, e chissà quanti altri, anche oltre il volere del regista e delle giovani cosceneggiatrici Antonella Lattanzi e Giulia Steigerwalt): quanti film abbiamo visto in cui il professore o mentore ha più di un peso sull’anima, e che lo scambio con il giovane scapestrato – pur con gli alti e bassi che non mancano mai in queste storie – non sarà a senso unico? Quante pellicole in cui amori appariscenti (e deludenti) lasciano spazio a storie meno scontate ma più promettenti, come intuiamo appena compare il personaggio di Alessia (interpretato da Ludovica Martino)? Senza contare i gravi lutti nelle vite dei due protagonisti, con le conseguenze nelle relazioni con padri assenti o mogli con cui è andato in frantumi un matrimonio. Eppure, il film si lascia seguire con piacere, non propone mai facili eccessi o uscite narrative fuori strada, rimanendo nel solco di una storia di formazione cui gli spettatori possano accostarsi positivamente; anche quelli non particolarmente appassionati di calcio (anzi, temiamo che qualche tifoso sfegatato di altre squadre possa non apprezzare le gesta di un calciatore con i colori giallorossi della Roma…).

Più di un critico storce o storcerà il naso, ma scommettiamo che il film piacerà a un pubblico semplice, che magari fatica ad avvicinarsi a tanti altri film italiani ma che qui troverà una storia e sentimenti congeniali alla propria sensibilità. Pur con snodi un po’ prevedibili (ma il finale è molto meno scontato del previsto), Il campione è un film che funziona fino alla fine, che manda a casa lo spettatore contento o quanto meno soddisfatto, che sa parlare anche e soprattutto ai giovani spettatori. Pare poco? Merito dunque agli autori ma anche a due produttori – giovani anche loro per i parametri italiani, non essendo ancora 40enni – come Matteo Rovere (regista di Veloce come il vento e Il primo re) e Sidney Sibilia (regista della trilogia Smetto quando voglio), che anche da produttori portano quella voglia di accorciare le distanze dal pubblico messe in campo con i film diretti in prima persona.

Antonio Autieri