Ida

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Una giovanissima ragazza, che vive dalla nascita in convento, sta per prendere i voti come suora. Ma la scoperta di una zia, che le riapre una finestra sul suo passato sconosciuto, la travolge.

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In una Polonia grigia, misera e opprimente, in pieni anni 60, la giovane Anna vive fin da quando è nata in un convento isolato nella campagna: è orfana dei genitori che non ha mai conosciuto e sola al mondo. In procinto di prendere i voti, la ragazza scopre di non essere sola al mondo, quando si fa viva per la prima volta – dopo vari rifiuti agli inviti delle suore – la zia Wanda, sorella della madre. Su invito della madre superiora, Anna pur controvoglia va a conoscere la zia: donna dura, spregiudicata nelle relazioni con gli uomini e, scoprirà poi, magistrato inflessibile all’interno della “giustizia” del regime comunista. Tanto da meritarsi l’appellativo di “Wanda la sanguinaria”. Ma l’incontro con lei è uno choc soprattutto perché porta una serie di scoperte choccanti: i genitori sono stati uccisi durante la seconda guerra mondiale perché ebrei, come ebrea è la stessa futura suora cattolica. Che in realtà si chiama Ida.,Pur nella breve durata di 80, non mancano altri colpi di scena nel film di Pawel Pawlikowski, regista polacco trapiantato in Inghilterra, che pure non ha certo i tempi del thriller (nemmeno d’autore). Impaginato in un bianco e nero splendido, i punti di forza del film sono soprattutto formali: una messa in scena sempre curatissima, i primi piani intensi soprattutto delle due donne, la prova di una giovane attrice esordiente che risulta magnetica per come cattura sempre la magia della macchina da presa. Ma i paragoni con Bresson, Bergman o Kieslowski e altri grandi del passato ci sembrano troppo generosi, al limite più azzeccato quello con il primo Polanski: ma quello di Pawlikowski sembra più l’imitazione, un po’ piatta e monocorde, dei drammi esistenziali del passato; quasi un falso d’autore, che riprende gli aspetti formali di modelli evidenti ma senza la stessa ispirazione. E scegliendo la via di una facile modernizzazione di comportamenti e linguaggi (la zia sembra a tratti anacronistica). Motivazioni e azioni dei personaggi, soprattutto, appaiono schematici e meccanici. Anna che scopre di chiamarsi Ida pare subire sempre quel che le accade: novizia ingenua e lieta, poi giovane alle prese con segreti più grandi di lei (e una dolorosa ricerca dei corpi dei genitori e del suo stesso passato), ragazza alla scoperta di una carnalità mai immaginata e infine donna che accetta il suo destino di religiosa. Ma sempre sconcertata comparsa di quanto succede attorno a sé.,Se è bella l’intesa che si forma tra le due donne, dopo l’iniziale diffidenza (la zia va riprendere la nipote alla fermata del bus che la riporterebbe in convento, dopo un brusco saluto che segue la rapida rivelazione degli sconvolgenti segreti), e strazianti le verità che riguardano i genitori, lascia perplessi l’inserimento di un giovane musicista come elemento che scatena le tentazioni della novizia per una schematicità degli avvenimenti che li portano a una fugace intimità; e tanto più la cerebralità di contestualizzare tale “caduta” della futura religiosa nella scelta di Ida di provare a entrare (per capirla meglio?) nella vita di una zia ritrovata e poi persa per sempre. Ma tutto il film risulta troppo scritto e intellettuale per coinvolgere davvero. Rimanendo un saggio di bravura registica più che un’opera in grado di illuminare davvero conflitti interiori su temi come la religione e le proprie origini e tanto meno su una Polonia passata dalle violenze del nazismo a quelle del comunismo. Meno sorprendente nella sua parzialità la descrizione di una Chiesa lontana dal dramma degli ebrei e di un convento alla fine tetro e triste come tanti altri visti in numerosi film d’autore, dove una risata improvvisa che squarcia il silenzio ottiene il muto rimprovero di un’arcigna superiora.,Antonio Autieri,

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