I villeggianti

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Dopo la rottura con l’uomo che ama e con cui ha adottato una bambina, Anna passa alcuni giorni di vacanza con i parenti nella villa al mare per finire un film cui tiene molto

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Anna, in rotta con il compagno, passa con la figlia Célia alcuni giorni di vacanza nella grande villa al mare in Costa Azzurra, anche in cerca di quiete per sistemare la sceneggiatura del suo nuovo film. Qui, oltre all’anziana madre e al personale di servizio (nervoso per i dissesti economici),  trovano la sorella e suo marito e altri parenti e amici. Si ride, si scherza, ma le tensioni sono parecchie.

Passato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2018, con I villeggianti Valeria Bruni Tedeschi torna sui temi del precedente Un castello in Italia (e in parte anche dei suoi precedenti film da regista): i rapporti con la famiglia (c’è sempre la sua vera madre Marisa Borini, ma anche una zia; nella storia c’è una sorella che è interpretata da Valeria Golino), le sue storie sentimentali complesse e tormentate, la morte del fratello (in quel caso lo interpretava Fabrizio Timi, qui è un “fantasma” interpretato da Stefano Cassetti: l’idea più bella del film), un grande passato familiare ora gravato da questioni anche economiche (là c’era un castello ormai difficile da gestire, qui gran parte del film è ambientato in una villa al mare spesso vuota, e poi ci sono i difficili rapporti con la “servitù”), il lavoro nel cinema (vuol raccontare nuovamente la malattia del fratello, ma stavolta è in crisi di idee e trova l’ostilità di madre e sorella)… Qui in particolare al centro c’è la storia d’amore naufragata con il compagno, con cui ha adottato una bambina interpretata dalla vera figlia di Bruni Tedeschi e del suo ex, l’attore Louis Garrel (e la frase iniziale dà il senso della drammaticità: «Il divorzio è la ferita più grande che la vita possa darci»), bello e tormentato che guarda caso trova qui il suo alter ego in Riccardo Scamarcio che in questo lo ricorda (e se pensiamo alla rottura di un’altra coppia storica, cioè Golino-Scamarcio, il gioco di allusioni diventa vertiginoso…). La loro rottura è sgradevole, i tentativi di recupero goffi: e ci si mettono in mezzo poi parenti, amici, i problemi della vita…

Si ride della goffaggine e dell’autoironia della protagonista, che ironizza anche sui suoi film (la commissione che le demolisce la sceneggiatura: «racconta sempre sé stessa…»). Ma a un certo punto il film si perde in troppi temi (il marito della sorella ha licenziato migliaia di operai della sua fabbrica in crisi), sottostorie, tensioni e flirt tra i dipendenti o con ospiti di passaggio, che singolarmente avrebbero anche senso ma nel complesso fanno perdere il filo di una tragicommedia anche troppo lunga per il “poco” che racconta. Peccato, perché ai personaggi di Valeria Bruni Tedeschi, ma soprattutto alla sua sincerità e alle sue bizzarrie ci siamo affezionati.

Antonio Autieri