I figli degli uomini

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In un futuro prossimo, segnato da guerre e ribellioni, il mondo non può più procreare, l'Inghilterra resta l’unica zona franca, segnata da scontri tra sette e guerriglie urbane. Theo (Clive Owen), rapito da Julian (Julianne Moore), una donna attivista amata in passato, ha una grande responsabilità: salvare una giovane ragazza speranza per tutto il mondo.

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Il nuovo film di Cuaròn, già regista della terza pellicola di Harry Potter (ma anche del sopravvalutato Y tu mama tambièn), mette in scena una Londra futura dalle tonalità oscure, segnata da un’umanità impossibilitata a riprodursi e dai continui scontri tra la polizia e immigrati clandestini. In questa Inghilterra si muove Theo, personaggio interpretato da Clive Owen, ex attivista che si è ormai arreso a vivere in una realtà che non riconosce, ma che ha accettato di subire. Un eroe fuori da ogni tipo di clichè, che accetta la sua missione solamente per una speranza intuita, una speranza che rivaluta tutta la sua esistenza e l’intera umanità.

Centrale in questa pellicola è proprio la personalità di Theo, che inizialmente mosso da un interesse economico, davanti all’evidenza della portata di questa missione accetta la sua enorme responsabilità e cerca in ogni modo di portare in salvo la ragazza, rinunciando a tutta la sua vita tranquilla. In questo modo Cuaròn crea un eroe atipico per il cinema contemporaneo, che non usa armi e che non conosce arti marziali, ma che invece fugge con un paio di infradito ai piedi e spinge una macchina per scappare dai nemici. Allo stesso tempo però mette in scena un vero eroe, che lotta a suo modo per portare a termine il suo compito, un compito che sente innanzitutto importante per dare un senso alla sua vita e una speranza per tutta la Terra. Un pianeta dove da decenni non nascono più bambini: una tragedia che suona come un sinistro monito sul presente (come non pensare all’aborto, quando l’ostetrica parla del silenzio sinistro del suo reparto d’ospedale?). ,Dal punto di vista registico stupisce l’abilità di Cuaròn, che sa tenere sempre al massimo il ritmo della pellicola, con una messa in scena segnata da lunghi piani sequenza e dall’utilizzo della telecamera a spalla, riuscendo così a tenere sempre attiva l’attenzione del pubblico, catapultato nella realtà filmica. Strepitose restano alcune scene che danno tutto il senso di questa pellicola senza il bisogno di inutili parole e dialoghi scontati, tra tutte emerge la sequenza dell’uscita dal palazzo attaccato dall’esercito e la sequenza finale.

Coinvolgente anche il personaggio interpretato da Micheal Caine, attore che in quest’ultima pellicola conferma la sua grande abilità, rendendo proprio il personaggio attraverso una recitazione unica ed eclettica. Unica nota negativa è sicuramente il doppiaggio, che, se pur minimamente, incide sulla resa finale del film, diventando elemento di disturbo soprattutto in alcuni dialoghi, culmine del significato totale della storia.

Filippo Parolin

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