I due volti di gennaio

I due volti di gennaio

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Negli anni 60 in Grecia, due turisti americani finiscono nel bel mezzo di un oscuro intrigo.

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Giallo hitchcockiano molto classico nell’impostazione e nella narrazione. È tratto dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith che Hossein Amini sceneggia e dirige cercando di ripercorrere la strada del giallo sofisticato tipico degli anni 60. L’incipit non è male: in un’Atene assolata, se la cava come può un giovanotto (un bravo Oscar Isaac penalizzato dal doppiaggio) che fa da guida turistica per le rovine dell’acropoli raggirando spesso i turisti stranieri per raggranellare qualche soldo in più. D’improvviso, l’occasione della vita: una coppia di americani ricchissimi pare il pollo perfetto da spennare. Ma le cose si complicheranno terribilmente. Hossein Amini, al primo lungometraggio da regista dopo la sceneggiatura notevole di Drive, dirige senza troppa personalità un terzetto di attori a proprio agio nei rispettivi ruoli e punta tutto sull’ambiguità dei due personaggi maschili. Da un parte l’elegante, mellifluo Viggo Mortensen, dall’altro il più ruvido e istintivo Isaac. In mezzo la Dunst, elegante ma schiacciata da un ruolo sin troppo sacrificato, ago della bilancia del dramma. Amini dirige con un occhio al passato: si sente tanto la presenza di Hitchcock nella colonna sonora realizzata da Alberto Iglesias sulla falsariga di Bernard Herrmann, nella mancanza quasi del tutto di sangue e di momenti cruenti, nell’ambivalenza dei personaggi in gioco e nell’idea – praticamente l’idea cardine di tutto il cinema hitchcockiano – per cui il protagonista vive una situazione di impasse, incastrato in un intrigo più grande di lui. Il film alterna buoni momenti ad altri sin troppo didascalici: il trattamento della figura della Dunst convince poco come anche alcune sequenze deboli dal punto di vista registico come la partenza in aeroporto che dovrebbe rappresentare l'apice della suspense e invece appare molto ingessata. In altre cose il film funziona: un buona ricostruzione d’epoca, il duello psicologico tra i due uomini legati indissolubilmente su cui Amini insiste molto forse ricordandosi proprio della forza con cui aveva raccontato un conflitto tutto maschile in Drive con cui tra l'altro condivide proprio un attore del cast, il già citato Isaac. Certo, lo sceneggiatore di Drive è piuttosto acerbo come regista: gestisce in modo piatto alcune sequenze simbolicamente di forte impatto, come per esempio quella dei tre tra le rovine di Creta, perde di vista sin da subito i personaggi secondari potenzialmente interessanti e si concede qualche lungaggine ma nel complesso realizza un discreto omaggio al giallo tradizionale, ben confezionato e scavato psicologicamente almeno per quanto riguarda i due protagonisti.,Simone Fortunato

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