I bambini sanno

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Un viaggio nel mondo di bambini e le loro risposte alle grandi domande sulla vita

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Trentanove bambini, in realtà quasi ragazzini, dai 9 ai 13 anni, che rispondono a domande sulla vita, sui temi di oggi e quelli di sempre: la morte, la famiglia, l’amore, la fede, l’omosessualità, la crisi (ovvero la paura che i genitori perdano il lavoro), le aspirazioni, le passioni, la felicità. A porgere le domande è Walter Veltroni, politico ormai decisamente dedicatosi alla sua passione per il cinema. Questo è il suo secondo film, un altro documentario dopo Quando c’era Berlinguer. Ma stavolta non si parla di politica bensì appunto di infanzia e adolescenza (alcuni intervistati sono troppo grandi rispetto alla media, per “rispettare” il titolo). L’incipit è troppo poetico-programmatico: dopo una frase-esergo da Il piccolo principe («I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta»), partono celebri sequenze di film sui bambini come I 400 colpi, I bambini ci guardano, Billy Elliott e una musica alla Morricone troppo enfatica e ridondante. Ma il cuore del film sono le domande e soprattutto le risposte dei bambini.

Qualcuno li ha trovati troppo “preparati” e saputelli. In realtà sono spontanei e comicamente buffi – alcuni momenti sono tremendamente divertenti – in quella loro sicurezza di facciata che poi, scavando anche nelle frasi dei più spavaldi, si tramuta in tenera ingenuità, candore, profondità. In controluce si leggono, certo, le posizioni non tanto dell’autore (che dà loro spazio e parole in maniera libera, tanto che le contrapposizioni tra alcune risposte sono davvero nette), ma probabilmente di chi sta loro dietro – genitori o educatori – o frutto, al contrario, di carenze educative che certo non sono da imputare a loro ma alla scuola, alla famiglia ecc. C’è chi soffre per l’assenza di un padre che se ne è andato, si registra in molti interventi il dramma della separazione dei genitori che fa soffrire pazzescamente, come anche la solitudine e il non essere amati; si scopre che alcuni di loro hanno già conosciuto, da vicino o indirettamente, il dolore per la morte di una persona cara; e perfino le persecuzioni religiose (una ragazza cristiana africana, con la famiglia sterminata dai musulmani).

Ma c’è anche il legame fortissimo tra due sorelle (una scena davvero commovente), le passioni più strane (c’è l’acrobata, un genio della matematica, quello che legge opere “da grandi” – dopo aver preso una botta in testa… – e un appassionato di trattori che vuol fare l’agricoltore). Si sentono frasi altisonanti o sconnesse sulle religioni e sui rapporti tra le persone, ma anche perle di saggezze (ci sono un paio di bambini con sindrome di down strepitosi, in questo senso; mentre ancora il bambino rom afferma il positivo anche in un’esistenza misera, nella speranza «che Dio ci salvi»). Soprattutto, si apprezza la scelta del regista di lasciare spazio a loro rimanendo, come voce fuori campo, presenza discreta e mai invadente. Con un tocco finale movimentato che gli si consente volentieri. E con una scena di scoperta del mare (ancora del bambino rom) che, per quanto un po’ prevedibile, in quanto vera personalmente ci ha commosso perfino più del celeberrimo finale de I 400 colpi.

Antonio Autieri

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