Human Flow

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L’odissea di milioni di migranti raccontata con immagini girate in 22 paesi del mondo

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Essere e rimanere una persona. Il mondo dei migranti in un grande film, smisurato nella sua lunghezza e spiazzante nella sua veridicità. Stiamo parlando di Human Flow di Ai Weiwei, il documentario girato dall’artista dissidente cinese in oltre 22 Paesi. Fianco a fianco dei migranti, Ai Weiwei ha voluto sfidare la comunità internazionale mostrando, attraverso le sue immagini cariche di senso, i volti e le parole delle persone che, in cammino, non hanno niente se non i propri piedi per camminare e cambiare vita. Siria, Grecia, Turchia, Afganistan, Iraq: gli immensi campi dei rifugiati diventano distese sterminate di persone, schiave delle temperature rigide, ventose e secche. Questo documentario, accusato di buonismo e di assecondare i gusti delle masse proprio da quella stampa che forse non ha mai guardato da vicino chi non ha futuro, è un viaggio nel mondo ed è il grido di chi non ha voce per chiedere aiuto.

La forza del  film è in questa semplicità: Ai Weiwei gira, cammina, dorme con i migranti. Fa la loro vita e si sporca le mani. Certo il film ha alcuni difetti. Ad esempio rischia di diventare retorico quando la presenza del regista, in scena, diventa eccessiva. Quando, ad esempio, simula lo scambio del suo passaporto con quello di un migrante, giovane e pulito, con gli occhi sicuri di chi sa di essere ripreso dalla telecamera. Oppure quando Ai Weiwei condanna la Comunità Europea, mostrando solo parte della verità. E se sono condivisibili le analisi politiche e sociali sugli errori compiuti, Ai Weiwei compie l’errore di puntare il dito su tutti indistintamente. Eppure gli errori non possono cancellare il bene compiuto, lo sforzo politico, economico e anche sociale per dare accoglienza a chi sbarca nelle coste europee. Che fine ha fatto l’Italia, relegata solo ad una scena (non commentata), dove lo spettatore comprende che siamo a Lampedusa solo perché la lingua parlata dai poliziotti è italiana?

Difetti a parte questo film è il primo grande sforzo compiuto da un’artista di restituire dignità ai milioni di persone che popolano il mondo e che sono protagoniste, non perché muoiono e sono vittime di violenza, ma perché sono semplicemente persone.

Emanuela Genovese

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