Non sembri bizzarro, a chi conosce la filmografia di Martin Scorsese, che il regista di Taxi Driver e Toro Scatenato abbia girato un film (all’apparenza) per bambini. Hugo Cabret è molto di più e al tempo stesso è il meraviglioso tributo – creato con tutti i ferri del mestiere a propria disposizione – dell’affetto che un artista può mostrare per un maestro. Scorsese prende la storia di un orfanello che vive nascosto in una stazione ferroviaria della Parigi degli anni 30 e riesce a ricreare l’atmosfera del tempo, il fascino (esplicito e misterioso al tempo stesso) che hanno tutte le stazioni del mondo; ma anche il senso dell’avventura, l’amicizia, la struggente nostalgia di un bambino che ha perso i genitori e – last but not least – l’incredibile presa che il cinema dimostra da sempre di avere sulle persone di tutte le età.

Senza disdegnare il 3D, Scorsese dimostra a settant’anni che si può essere curiosi e audaci, rimettendosi in discussione e accettando (vincendo) la sfida della tecnologia; la tridimensionalità del film (fatto salvo il calo di luminosità che gli occhiali causano) è delicata e per niente fastidiosa, acuendo la spazialità dei grandi spazi della Gare Montparnasse e tramutando i meccanismi degli orologi in un organismo che vive tanto quanto gli uomini che se ne prendono cura. Perché il piccolo Hugo è questo che fa, di nascosto da tutti, e specialmente dagli occhi del commissario della stazione che lo spedirebbe subito in un orfanotrofio: da solo si occupa della carica e della cura di tutti gli orologi di una grande stazione. Rimasto orfano del padre orologiaio e restauratore, abbandonato dallo zio ubriacone che aveva in cura gli orologi, Hugo continua pazientemente a fare il mestiere dello zio, ma al tempo stesso cerca di finire il lavoro del padre: rimettere in funzione un misterioso automa trovato in una soffitta di un museo. L’automa stringe una penna in mano: cosa traccerà sul foglio il suo pennino? Ma per aggiustare la macchina – perché una macchina rotta ha perso il suo sens; e Hugo si sente rotto anche lui e vuole scoprire qual è il suo scopo – il bambino ha bisogno dell’aiuto del proprietario di un negozietto di giocattoli meccanici all’interno della stazione. L’uomo è burbero e scontroso, ma con lui c’è una bambina sorridente; potrà lei aiutare Hugo? Chi sia quell’uomo e quanto sia legato a Hugo (e a tutti noi amanti del cinema), Scorsese ce lo mostra con immagini e trucchi che ancora adesso fanno rimanere a bocca aperta: quell’uomo è George Méliès, il primo ad aver capito che quello che i fratelli Lumiére consideravano poco più che un passatempo offriva potenzialità praticamente infinite a chi avesse avuto idee e storie da raccontare.

Scorsese, che ha il culto dei vecchi film al punto di aver creato una fondazione per il restauro delle vecchie pellicole, mostra allo spettatore del 2012 (e con la tecnologia del 2012) che ci si può far affascinare anche da fondali di cartone e sbuffi di fumo. E se appare da subito come perfetta l’accoppiata dei due giovani Asa Butterfield e Chloe Moretz, e la scelta di Ben Kingsley per il ruolo di Méliès, si rimane piacevolmente stupiti nello scoprire che Sacha Baron Coen sa misurarsi con un ruolo apparentemente da cattivo (l’ispettore ferroviario) ma che nasconde aspetti dolorosi e profondi. Al di là delle undici nomination agli Oscar 2012, Hugo Cabret è destinato a diventare una pietra di paragone: una qualità che ritroviamo spesso nei film di Martin Scorsese, un regista che ha saputo mantenere gli occhi spalancati dell’infanzia.

Beppe Musicco