Hostiles – Ostili

Hostiles – Ostili

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Un soldato che odia gli indiani e una donna a cui gli indiani hanno sterminato la famiglia si trovano ad accompagnare un vecchio capo Cheyenne verso la sua ultima meta.

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Il capitano Joseph Blocker ha passato la vita a combattere gli indiani, li considera selvaggi e crudeli e non si è mai fatto scrupoli ad usare contro di loro tutta la violenza che riteneva necessaria e che il Governo consentiva senza problemi. Per questo sembra la scorta più improbabile per il capo Falco Giallo, a cui, dopo anni di prigionia e a causa di una grave malattia, è stato concesso di andare a morire nella sua terra di origine. La situazione si complica ancora di più quando al gruppo si unisce Rosalie Quaid, una donna a cui un gruppo di indiani Comanche ha sterminato la famiglia.

Scott Cooper torna a lavorare con il sempre bravissimo Christian Bale (insieme avevano fatto l’affascinante benché imperfetto Out of the fournace – Il fuoco della vendetta) per raccontare la storia di un “cambio di prospettiva”. È la storia di esseri umani “danneggiati” che un viaggio mette a contatto con l’oggetto della loro paura/ostilità/diffidenza (incarnato dal capo Cheyenne e dalla sua famiglia), mentre al contempo un altro gruppo di “selvaggi” li incalza e un’ultima aggiunta al gruppo (un soldato condannato a morte proprio per le atrocità commesse contro gli indiani) scuote le loro coscienze. La Rosalie di Rosamund Pike (sempre più brava, e qui davvero emozionante) porta negli occhi la violenza della perdita subita – che rischia di farla scivolare nella follia – e ancora dovrà soffrire nel corso del film; ma anche Brocker e i suoi soldati non sono passati indenni da anni di violenze commesse e subite. Il contatto ravvicinato e la forzata collaborazione con il nemico porterà ognuno di loro a riesaminare il proprio passato con esiti imprevedibili.

L’aspetto più paradossale di questo western crepuscolare, sostenuto dalle interpretazioni di Bale, Pike e altri ottimi comprimari (in un cameo significativo, nei panni di un generale “convertito” a un atteggiamento più compassionevole anche grazie alle idee della moglie, troviamo anche Peter Mullan), è che sono proprio gli indiani verso i quali Cooper vorrebbe incoraggiare un’apertura a rimanere le figure meno esplorate, prigionieri in fondo di un immaginario non troppo originale (ci sono quelli crudelissimi che sterminano la famiglia di Rosalie e quelli saggi coraggiosi che finiranno per combattere al fianco di Blocker). Il risultato è che tutta la pellicola si regge sulla bravura di grandi interpreti, ma il cambiamento dei loro personaggi appare più frutto di una volontà d’autore o forse solo dell’inerzia piuttosto che vissuto con dolore e convinzione. Persino il confronto tra Blocker e l’ex compagno d’arme che lo mette di fronte alla sua storia di “assassino” per conto del Governo non ha la forza che ci aspetteremmo.
Il susseguirsi degli eventi (e l’assottigliarsi inesorabile del gruppo), fotografato con efficacia e sottolineato da un commento musicale sempre intenso, risulta così a tratti un po’ faticoso, e il “messaggio” fin troppo teorico. Nonostante questo, il volto dolente di Blocker, interrogato da mutamenti che poco hanno a che fare con un reale cambiamento dei cuori e molto con una nuova convenienza, esprime un dramma che va anche oltre le strategie della “nuova politica”. Toccato dal rapporto con la bella e giovane vedova, il personaggio di Blocker ci conquista sempre di più, fino a un finale emozionante con un uomo segnato dalla violenza che deve decidere cosa sarà del suo futuro.

Luisa Cotta Ramosino

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