Hellboy

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Hellboy, semi-demone “convertito” alla protezione dell’umanità, affronta il rischio dell’Apocalisse quando la malvagia strega Nimue si libera da una prigionia centenaria.

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Nel suo reboot del personaggio creato da Mike Mignola nel 1993 (i precedenti cinematografici portano l’autorevole firma di Guillermo Del Toro) Neil Marshall, che oltre a tanti episodi di serieetv ha in curriculum film di genere come The Descent e Centurion, punta sulla quantità (di azione, di sangue, distruzione e mutilazioni assortite) più che sulla qualità. Le avventure del detective del paranormale Hellboy (nato da un’evocazione del mago Rasputin a favore dei Nazisti in cerca di un’arma capace di ribaltare i risultati della guerra, ma “rubato” dagli Alleati e allevato poi dal professor Bruttenholm) hanno il ritmo rutilante di una giostra sanguinaria che tra prologhi, flashback e visioni, sbatacchia lo spettatore in un flipper che più che divertire dopo un po’ estenua.

Non basta il tentativo di alleggerire il gore con l’umorismo del protagonista (sotto il prostetico c’è il bravo David Harbour, lo sceriffo della serie Netflix Strager Things), che a dispetto delle sue origini e del suo inquietante aspetto è in fondo un bonaccione. Né aiuta più di tanto il tentativo di “costruire una squadra” attorno a lui per spingere il senso di cameratismo in un mondo dove continuano a comparire mostruosità di ogni genere, le teste saltano con allarmante regolarità, accompagnate da stragi di grafica violenza (il film è caldamente sconsigliato ai minori). Si vorrebbe nobilitare il tutto con il ricorso niente di meno che alla saga arturiana, ma ne esce la versione più cheap possibile e il moltiplicarsi dei cattivi (oltre alla strega ci sono il suo aiutante dalla testa di suino e Baba Yaga che trucida e mangia bambini) riesce solo a far durare (troppo) a lungo la storia.

Insomma, in un orizzonte cinematografico in cui i cinecomic sono ormai diventati un appuntamento quasi settimanale, questo Hellboy resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista, il cui dilemma, largamente prevedibile, si risolve nello spazio di un momento.

L’epilogo (ovviamente non può mancare) lancia un sequel di cui faremmo volentieri a meno.

Luisa Cotta Ramosino