Heat – La sfida

Heat – La sfida

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Il duello tra il capo di una banda di criminali e un poliziotto che gli dà la caccia

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Inizio spettacolare: una banda di super professionisti del crimine assalta un furgone portavalori con camion, mitra in pugno e precisione svizzera. Poi l’ultimo arrivato perde la testa e uccide: comincia una lunga scia di sangue.

Heat è una tragedia moderna a tinte fosche, imperniata su due personaggi epici, da western metropolitano: Neil McCauley, gangster freddo e scrupoloso dotato di un suo codice personale (mai avere affetti che ti distolgano dai tuoi “doveri” o da un’eventuale fuga), e il poliziotto Vincent Hanna, nevrotico cacciatore di criminali, “missione” alla quale ha sacrificato la propria vita privata. Attorno a loro le rispettive tribù, gli amori, le sofferenze generate dall’inevitabile solitudine che si sono scelti. Sono vite parallele quelle di McCauley e Hanna, come dimostra un loro incontro in un bar a metà film, in cui si scopriranno facce diverse della stessa medaglia. Ma il destino li vuole contro: alla fine, ne rimarrà solo uno…

La prima volta di Al Pacino e Robert De Niro insieme avviene in un film diretto da Michael Mann (Manhunter, L’ultimo dei mohicani) e fotografato da Dante Spinotti: Heat all’epoca della sua uscita non fu apprezzato completamente da tutta la critica, che in parte storse la bocca di fronte a luoghi comuni presunti – gli “eroi” del bene e del male fin troppo simili, i temi della lealtà e del tradimento, gli amori impossibili – e manierismi recitativi (di Pacino, soprattutto: qui De Niro è misuratissimo, come purtroppo non è più stato in seguito). Con il tempo, però, il film è diventato un classico, e questo gli fa giustizia. I pregi principali del film sono i personaggi scolpiti a tutto tondo (anche quelli secondari, che contribuiscono a definire un grande affresco), un ritmo eccezionale (con le migliori sequenze d’azione del cinema anni 90), la capacità di riflettere sulla vita e sulla morte in maniera profonda. E anche su figure minori ci si sofferma, in una meditazione non di maniera sul destino di poveri esseri umani. Abbondano le sequenze d’antologia (la madre che piange con Pacino la figlia prostituta uccisa brutalmente, il poliziotto che corre a perdifiato per salvare la figliastra morente, il gangster-De Niro che si allontana dalla donna che ama con la morte nel cuore per sfuggire a Hanna). Forse nel dialogo tra i due mostri sacri si avverte qualcosa di costruito, ma anche di questo – quando ci si trova davanti ai due Attori per eccellenza del cinema degli ultimi trent’anni – è fatto il cinema. Il loro match, alla fine, è quasi pari (anche Pacino è grandissimo: il suo personaggio sarà forse più scontato ma è reso vivo dalla sua rabbia incontenibile), ma ai punti vince De Niro. Largo spazio è concesso anche ai comprimari: dalle numerose (e bravissime) donne – Diane Venora, Amy Brennemann, Ashley Judd – all’invecchiato Jon Voight, da un Val Kilmer finalmente convincente ai tanti sbirri o killer perfetti nelle rispettive parti.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...