Havoc – Fuori controllo

Havoc – Fuori controllo

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Due ragazze benestanti e un’attrazione folle per i bassifondi losangelini.

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Film curioso, Havoc. Vecchio di due anni, diretto da Barbara Kopple, documentarista attenta alle problematiche giovanili – è suo infatti il notevole My generation, sulla degenerazione del fenomeno Woodstock – Havoc – Fuori controllo è una sorta di pseudocumetario sul malessere giovanile. Due ragazze protagoniste, amiche e complici, si trascinano stancamente durante il giorno annegando la noia di una vita benestante e comoda tra dosi massicce di alcol, droga e sesso. Il resto è ordinaria e disperante solitudine: manca tutto. La famiglia, gli amici, i fratelli, e i genitori si limitano a professare buoni (e vani) propositi appiccicati sul portello del frigorifero. Alla giovane e bella Allison – una notevole Anne Hathaway in un ruolo difficile – non resta che indossare tante maschere: quella della donna dura e cinica, sprezzante di tutto e di tutti; quella della brava e diligente scolaretta in classe; quella della tenera amante e quella dell’amica del cuore. Ma tutto questo, come nota bene l’alter ego della regista, un ragazzo-regista alle prese con un filmino da realizzare sui suoi coetanei – non serve a celare una grande, grandissima solitudine. A Allison non rimarrà, dopo tante finzioni, che sperimentare qualcosa di vero, che non sia un semplice un gioco: frequentare e vivere i bassifondi della città. Film interessante, per quanto non risolto, perché senza pudori fotografa una generazione di giovani allo sbando e con convinzione va a cercare le ragioni del disastro all’interno della famiglia e scavando la psicologia di genitori che sono ormai solo vittime di se stessi. La Kopple, con la collaborazione dello sceneggiatore Stephen Gaghan ha buon gioco nel mostrare una realtà di malessere dei ragazzi, è attenta alla verità dei personaggi e delle domande drammatiche che i personaggi rivolgono, anche attraverso comportamenti reprensibili o addirittura autolesionisti, nota con intelligenza e umanità che l’urgenza per questi ragazzi è innanzitutto di un’appartenenza, invocata attraverso il rifugio nelle gang, vere e proprie famiglie alternative, ma come è così lucida nella fotografia della società, d’altro canto la Kopple non è in grado di offrire una risposta convincente e positiva al problema, né di domandarsi perché e quando i genitori abbiano smesso di fare i genitori. Un film duro, non per tutti (il film è vietato ai minori di anni 18): parecchie scene crude e linguaggio scurrile, ma non ultimamente non gratuito e importante per una riflessione sul ruolo di genitori. Un utile pugno nello stomaco: peccato averlo relegato nella programmazione estiva.,

Simone Fortunato

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