Hannah

Hannah

- in AL CINEMA, FILM, INTERESSANTE
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Una donna anziana vive da sola dopo che il marito è entrato in carcere, mentre il figlio non vuole più vederla. Cosa ha provocato questa situazione?

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Hannah è una donna anziana, che vediamo in giro per casa o per la città spesso da sola, talvolta con il marito o con un cane depresso quanto lei. E poi a fare le pulizie in una casa borghese, o le prove in uno strano gruppo teatrale di rigorosa sperimentazione. Tutto molto triste, e silenzioso. Poi alcuni dettagli ci dicono che dietro la sua vita, e quella di suo marito, c’è qualcosa di non detto, di terribile: una donna va a bussare a casa sua per dirle «da madre a madre» che suo figlio è sconvolto («fa la pipì a letto ogni giorno») per qualcosa che è successo, e che lei non capisce, suo figlio non vuole vederla e rifiuta perfino il suo regalo da nonna per il compleanno del nipotino (creandole un’angoscia profonda), infine trova un pacco di foto nascoste in casa. E se prima l’avevamo vista accompagnare, stranamente con una certa serenità, il marito a costituirsi in prigione (ma nessuno dice perché, solo il coniuge si lascia sfuggire un «tutti qui pensano che sia stato io» per poi prendersela con il figlio), dopo il suo atteggiamento cambierà. Non crede più alla sua innocenza? E, allora, cosa ha scoperto su di lui?

Ermetico, faticoso, laconico e – diciamolo – piuttosto respingente, Hannah è l’opera seconda di Andrea Pallaoro, che si mise in luce all’esordio con la tragedia Medeas, e che poggia quasi interamente sulla prova di Charlotte Rampling, in scena dal primo all’ultimo minuto e spesso da sola (il marito, André Wilms l’abbiamo visto pochi anni fa in Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki). Se nelle pochissime parole utilizzate non si spiega quasi nulla dei fatti antecedenti e delle motivazioni dei personaggi, gli indizi portano a un crimine terribile del marito (è un pedofilo? Quelle foto sono state fatte a piccole vittime? E cosa imputa invece il padre al figlio, di averlo denunciato?). Ma, come succede talvolta con certi film d’autore, l’impressione che non sia poi così importante saperlo. E però con il risultato che probabilmente saranno pochi gli spettatori interessati a capirlo. Stesso discorso per le troppe metafore disseminate (tra cui la balena spiaggiata…).

Peccato, perché le qualità di messa in scena di Pallaoro – pur nel compiacimento estetico per ambienti e immagini plumbee e angoscianti (notevole il lavoro sulla fotografia), e per inquadrature bizzarramente ricercate e, come si suol dire, “rigorose”: ma anche qui è in buona compagnia nel panorama degli autori europei – sono evidenti, e lo segnalano tra come l’ennesimo giovane regusta italiano che guarda all’estero (si è formato negli Usa, dove vive). E della bravura di Charlotte Rampling è quasi inutile parlare (il suo pianto disperato, dopo che il figlio la respinge, è la scena clou di tutto il film). Anche se la preferiamo parlante e al centro di storie vere, e articolate, invece che vederla trascinarsi come maschera dolente come da cliché di un cinema “alla Antonioni” (il “maestro” ferrarese ha davvero avuto troppi epigoni, e non solo in Italia). Con la macchina da presa che le sta addosso sempre, quasi morbosamente, sfinendola di attenzioni non gradite. In questo senso, la Coppa Volpi vinta alla Mostra di Venezia 2017 per la migliore interpretazione femminile è sembrata una scelta fin troppo facile, quasi anche pigra della giuria: a una interprete della sua classe niente è impossibile, figuriamoci una performance silenziosa e in “levare”. Ma il cinema che amiamo – pur apprezzando sperimentazioni e tentativi “artistici” – ha un altro respiro, emoziona e coinvolge davvero (senza far implorare allo spettatore che la sua sofferenza finisca presto), riuscendo così a valorizzare al meglio i propri attori nelle loro ampie possibilità espressive.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...