Habemus Papam

Habemus Papam

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Eletto Papa, un anziano cardinale – spaventato dall’enorme compito – cade in depressione.

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L’inizio fa ben sperare. La salma esposta in San Pietro, appena intravista, di un Papa defunto e i conseguenti funerali in immagini di repertorio (relative alla morte di Giovanni Paolo II, nel 2005), e poi – passando alla finzione – un gruppo di cardinali in processione. Sempre con solennità e rispetto, che introducono a qualcosa di sacro o comunque misterioso. Ma man mano che si procede il misterioso lascia spazio all’enigmatico, e l’accento si sposta sulla garbata ironia, anche se il rispetto non manca mai per quella entità potente e fragile, diffidente e fatta di persone umanissime come la Chiesa (vista però più nell’accezione del suadente ma minaccioso “potere vaticano”).,L’attesissimo Habemus Papam di Nanni Moretti prende le mosse dall’epilogo imprevisto di un Conclave, alla fine del quale viene eletto non uno dei favoriti ma l’anziano cardinale francese Melville (interpretato da Michel Piccoli, che recita in italiano grazie alla lunga consuetudine con il nostro cinema). Attorniato da colleghi cardinali che pregano Dio di non essere scelti, l’eletto al soglio pontificio sembra subito smarrito; come da tradizione, gli viene chiesto se accetta il gravoso compito che Dio gli assegna. E lui, quasi in trance accetta. Salvo crollare poco dopo, ormai vestito da Papa e a due passi dal balcone dove deve mostrarsi alla folla. La proclamazione sta per avvenire, l’“Habemus Papam” pronunciato… Ma, nello sbigottimento generale, il Papa non esce.,Moretti racconta il crollo umano, umanissimo di una persona che si trova in una situazione più grande delle proprie forze. Il Papa/Melville si chiede, sconvolto, dove siano le capacità che Dio vede in lui (“Le cerco e non le trovo”), viene incoraggiato dai cardinali, viene assistito da uno psicanalista. Ma tutto sembra inutile. Il desiderio di scappare, in senso proprio e in senso lato, sembrano prendere il sopravvento. E riemergono desideri del passato, come recitare. Intanto, ai cristiani in attesa si dichiarano pietose bugie per prendere tempo. E cardinali e psicanalista bloccati in Vaticano lo ingannano, il tempo, tra discussioni di varia natura, partite a carte, tornei di pallavolo…,Il regista romano osserva elezione e crollo del Pontefice senza preoccupazioni storiche di alcun tipo: le allusioni all’“amatissimo predecessore” ovvero papa Wojtyla ci sono ma rimangono vaghe, il riferimento al gran rifiuto di Celestino V è escluso esplicitamente da Moretti, che torna a occuparsi di un uomo di Chiesa a 25 anni da La messa è finita. E anche questa volta sembra usare la condizione religiosa come forma estrema ideale per la narrazione, per vedere il personaggio scelto (là il giovane prete da lui interpretato, qui l’anziano Papa spaventato di Michel Piccoli) in una situazione che lo mette in crisi. Per quanto accurato e senza grossi errori (il Vaticano non ha concesso i sacri Palazzi, ma la Cappella Sistina – per quanto inquadrata solo parzialmente – è stata ricostruita a Cinecittà, e altri ambienti sono stati adattati da antichi edifici romani), il film descrive una realtà misteriosa come il Conclave e la Chiesa stessa ma senza cogliere il Mistero. Perché non c’è interesse a mostrarlo. Scelta legittima, perché appunto al narratore è l’umano che interessa e non il divino. La sua attenzione è sull’inadeguatezza umana, di un Papa come di un qualsiasi uomo (psicanalista compreso). Però se in La messa è finita il “gioco” era più lieve e più serio, più profondo, e toccava davvero corde universali (il dolore per la perdita, lo smarrimento per la dolcezza dell’infanzia che si tramutava in amarezza) da poter accettare che la “tonaca” fosse solo un espediente narrativo, qui l’insistenza e il contesto schiacciano comunque l’intenzione di non limitarsi a parlare di un Papa ma dell’uomo. C’è un che di fin troppo premeditato anche nelle scelte sulla carta più interessanti (il rapporto tra il Papa in fuga e una compagnia teatrale che porta in scena Il gabbiano di Cechov). E lo spunto iniziale sembra troppo grande e troppo esile al tempo stesso: succedono tante cose, dopo quel che vi abbiamo raccontato, ma niente di veramente significativo (il torneo di pallavolo, che inizialmente strappa sorrisi, occupa troppo spazio e alla lunga irrita). A parte un finale più prevedibile di quel che si dica.,Le qualità del film stanno negli aspetti più schiettamente cinematografici: nella cura per certi dettagli visivi; nella direzione degli attori (un cast magnifico, anche se sono pochi i nomi popolari: su tutti, oltre a Piccoli – che però ricorda, non poco, l’attore di teatro che interpretava in Ritorno a casa di Manoel De Oliveira – il polacco Jerzy Stuhr e i “cardinali” Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile); in alcune scene surreali, segno stilistico che ricorda il miglior Moretti del passato (i cardinali che si muovono a ritmo di musica…) come anche certe situazioni irresistibilmente comiche (per esempio la guardia svizzera che fa da controfigura); ma ogni tanto la misura si smarrisce, e l’effetto si annacqua. Tra i punti deboli: Margherita Buy ha un ruolo indefinito e Moretti come attore è al tempo stesso marginale (come nel Caimano) e ingombrante; tanto che quel professor Brezzi non sembra il “miglior psicanalista” chiamato in Vaticano, ma il regista stesso che irrompe in quel contesto e non trova di meglio che gigioneggiare (nel torneo di pallavolo) e strizzare d’occhio al suo pubblico. Con battute tra l’autocritico e l’autoelogiativo (“Sono il più bravo? È una condanna, me lo dicono tutti”) che finiscono per essere stranianti e stridenti per i non “morettiani”; e dialoghi solo accennati ai massimi sistemi (il darwinismo, l’inferno) che accrescono la sensazione di banalizzazione. In definitiva: un film interessante, a tratti affascinante, ma non del tutto riuscito. Moretti, in passato, ha fatto molto meglio.,Antonio Autieri

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