La storia più futuribile dell’universo fantascientifico dei super eroi di casa Marvel, I Guardiani della Galassia, inizia con un oggetto del passato. Non è una statuetta preziosa, tipo quelle che cercava Indiana Jones, non è una stele arrivata da futuro come quella di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, e nemmeno contiene un fluido capace di sovvertire le leggi della fisica. Non che nel film manchino accessori del genere, ma quello che più attira è solo un’audiocassetta. Quelle su cui si incidevano le canzoni fino a vent’anni fa, quelle che si riavvolgevano infilando una penna biro, quelle che ci si prestava e su cui si incideva la compilation per far colpo sulla ragazza. Ma la “Awesome Mix number 1” è l’unico ricordo che Peter Quill, un ladro di tesori cosmici che si fa chiamare pomposamente “Star Lord”, ha conservato di sua madre e della sua infanzia terrestre, prima che una ciurma di pirati dello spazio lo rapisse. Nessuno si aspetta solitamente che nei film di super eroi la regia vada oltre una striminzita narrazione condita da effetti speciali visivi e sonori. È quindi assai piacevole trovare ne I Guardiani della Galassia una gradevole atmosfera da classico hollywoodiano d’altri tempi, una sorta di combinazione visionaria e pop tra un western e un musical (l’ingresso a ritmo di danza di Chris Pratt nel suo spolverino svolazzante è puro stile Gene Kelly), che però non esclude tutti più moderni ritrovati delle battaglie a suon di armi futuribili, visto che Peter Quill e la sua scombinata banda di eroi galeotti devono assolutamente rimpossessarsi di una preziosa pietra blu per evitare che caschi nelle mani del cattivo di turno. La stessa scelta di includere nel gruppo, assieme a tre umani, un procione parlante e costantemente furibondo e un albero antropomorfo che sa pronunciare solo la frase “Io sono Groot”, segna un certo distacco dai classici super eroi, quasi a voler recuperare anche lo spettatore meno aduso alle cosmogonie della Marvel. Non che la storia non sia confusa (come tutte quelle del genere), specie quando ci si ritrova con personaggi o razze dai nomi di Yondu, Necrocraft, Sakkaran, o come diavolo si chiamano. Quel che comunque colpisce è una bella performance degli attori, scenari di grande bellezza (il modo di Xandar sembra veramente una Terra più bella e ordinata), un 3D per niente fastidioso e una colonna sonora anni ’80 di grande ironia e orecchiabilità., ,Beppe Musicco,