Grazie a Dio

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Alexandre, un tempo vittima di abusi da parte di un sacerdote, chiede l’intervento della Diocesi di Lione. Sarà solo l’inizio di un’indagine destinata a travolgere le vite di molti

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Presentato al Festival di Berlino 2019 in mezzo ad inevitabili polemiche preventive sfruttate a dovere (all’epoca il processo al cardinale Barbarin era ancora in corso e si sarebbe concluso dopo pochi mesi) Grazie a Dio è comunque un film destinato a far discutere. L’abitualmente gelido François Ozon volge lo sguardo, qui insolitamente empatico, allo scandalo pedofilia scoppiato all’interno della diocesi di Lione attorno agli abusi commessi dal sacerdote Bernard Preynat sui ragazzi del gruppo a lui affidato e sui presunti rifiuti e omissioni della diocesi stessa.

Se la colpevolezza di Preynat non viene sostanzialmente mai messa in dubbio, quello che Ozon mette al centro della storia sono il disagio e il bisogno di verità di un gruppo di uomini ormai adulti un tempo vittime di molestie, e dei loro parenti, che si uniranno poi nell’associazione La parole libérée. Inevitabile paragonare il film da un lato al premiatissimo Il caso Spotlight, protagonista un gruppo di impavidi giornalisti che affrontavano lo scandalo della pedofilia nella diocesi di Boston, dall’altro alla ricerca della verità della testarda madre irlandese di Philomena. In verità Ozon, che qui forma un’opera decisamente particolare rispetto al resto della sua filmografia, segue una strada tutta sua, puntando lo sguardo non tanto sulle indagini (il processo è presente ma resta sullo sfondo) quanto sull’esperienza umana delle vittime: uomini ormai adulti che in maniere diverse portano su di sé i segni delle molestie subite anni prima.

Il film ha tre protagonisti principali, che sembrano passarsi il testimone nel corso della storia. Innanzi tutto Alexandre, professionista di successo, padre di cinque figli e ancora profondamente cattolico, che per primo si rivolge alla diocesi, chiedendo di procedere contro il sacerdote che tanti anni prima lo aveva molestato e che, ha scoperto, ancora è a piede libero e in grado di nuocere. Segue François, ormai ateo irruente e il più deciso, una volta che il procedimento giudiziario è partito, a portare le vicende sotto l’occhio dei media. Ultimo a entrare in scena Emmanuel, quello dei tre che porta in modo più evidente e drammatico i segni dell’abuso in una vita adulta ancora senza pace. Questa sorta di “staffetta” dà in certi momenti la sensazione di trovarsi di fronte quasi a tre film diversi, per stile visivo e ritmo, come se il regista, preso dal suo nuovo oggetto di studio, si dimenticasse di chi per primo lo ha introdotto nella storia, per riprenderlo in un punto molto più avanzato del suo percorso. Questa scelta, per certi versi faticosa, da un altro lato si rivela anche una delle qualità migliori del film di Ozon, che per una volta mette da parte sia l’approccio cinico che normalmente lo contraddistingue che il furor ideologico che sarebbe stato lecito aspettarsi, per accostarsi a ciascuno dei suoi tre protagonisti, lasciandoli aprire progressivamente al pieno riconoscimento del peso del passato sulla loro vita.

Di certo, nonostante l’andamento quasi documentaristico di certi momenti (alcuni dialoghi sono la trascrizione delle deposizioni dei testimoni del processo), la mano del regista è fortemente presente nel guidare, selezionare e piegare la materia narrativa, fin nella scelta, assai significativa, di lasciare piuttosto in ombra e sfuggenti gli “antagonisti” (se si esclude un dolorosissimo quanto poco risolutivo incontro di Alexandre con il suo persecutore di un tempo). Non c’è comunque il rischio di sospettare Ozon di simpatie per il Cardinale Barbarin o per la Chiesa Cattolica, che appare qui uniformemente omertosa (poco spazio è dedicato alle decise mosse contro il fenomeno fatte soprattutto dai due ultimi Papi: e anche le reiterate citazioni di papa Francesco sembrano quasi preparare la delusione per quello che ancora non è stato fatto), tuttavia la scelta di mettersi da parte per far parlare volti e storie, permettendo di volta in volta di condividerne punti di vista, dolore, forza e incoerenze, si rivela narrativamente vincente.

Grazie a Dio ha il merito di non ridursi a un pamphlet, ma di rimanere innanzitutto un film profondamente umano, che rifugge la via più semplice dello scandalo fine a se stesso o di un finale trionfalistico, per scandagliare con inaspettata pietas i meandri di rapporti famigliari complessi, spesso drammatici, che si chiude su una domanda autentica e sincera (la più importante da porsi di fronte a qualunque scandalo del male e dell’incoerenza) destinata a scavare nel cuore degli spettatori.

Laura Cotta Ramosino

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