Good Kill

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Un maggiore dell’esercito passa dalla guida di aerei da guerra ai bombardamenti contro i terroristi tramite droni, da una base americana

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Cosa cambia, bombardare e uccidere da vicino o da lontano? In fondo, si dà la caccia alle stesse persone: pericolosi terroristi che, in questa lunghissima guerra post 11 settembre si nascondono in luoghi segreti, spesso in mezzo ai civili. Ecco, i civili sono il classico “effetto collaterale” di questa guerra che vorrebbe essere sempre più tecnologica e “pulita”, e in fondo in un certo senso lo è. Non saranno “intelligenti” come le definì qualcuno, ma queste operazioni sono più precise e di danni ne fanno meno. Soprattutto ai soldati americani: perché questo è il vero vantaggio della guerra da remoto con i droni, aerei sofisticatissimi e senza piloti. Che si possono guidare da una base del Nevada, negli Stati Uniti, usando una specie di joy stick come se fosse un videogioco (e molti di quelli che li guidano hanno lo stesso approccio…). Poi a fine turno si torna casa, da moglie e figli come da un normale lavoro di ufficio. E nel weekend, il barbecue con gli amici. Vuoi mettere rispetto a prima quando si rischiava la pelle in prima persona? Per Thomas Egan, maggiore dell’aeronautica militare con un glorioso passato di combattimenti sul campo, o meglio nei cieli dell’Afghanistan, invece le cose non vanno proprio così lisce. Un po’ perché gli manca l’adrenalina del pericolo, della guerra “vera” (in questo ricorda l’artificiere interpretato da Jeremy Renner in The Hurt Locker di Katryn Bigelow) in cui si uccide ma si rischia anche di morire. Ma anche perché l’angoscia di uccidere persone vere, civili mischiati in mezzo ai capi di Al Qaida (in Afghanistan, nello Yemen o dove si trovino), per chi si fa ancora scrupoli usando ancora cuore e ragione, non scompare certo; e anzi aumenta il senso di colpa e di disgusto per la morte portata dall’alto e da lontano senza alcun pericolo per sé. Anche quando ci si illude di poter fare “giustizia”, intervenendo come un “Deus ex machina” a regolare torti e ragioni (quando una donna viene molestata da un talebano). Senza contare il dubbio che si insinua: con questa strategia “sleale”, non staremo incentivando l’arruolarsi di nuovi terroristi?
Arrivato nelle sale italiane un anno e mezzo dopo il suo passaggio in concorso alla Mostra di Venezia 2014 (dove fu accolto con freddezza e anche astio da chi fraintese il senso del film come esaltazione tout court della “guerra americana”), Good Kill – l’espressione che si usa quando un colpo è andato a segno – è un film ben fatto e profondo nel rappresentare il protagonista e i suoi rovelli interiori. Andrew Niccol, già sceneggiatore di The Truman Show, e che esordì come regista con il folgorante Gattaca (poi si perse tra film interessanti ma non riuscitissimi come Simone, Lord of War, In Time, e soprattutto The Host) mostra tutte le conseguenze etiche della guerra a distanza. Se aumenta il cinismo di chi non si fa problemi o domande, il maggiore Egan – interpretato con la consueta sobria naturalezza da Ethan Hawke – non sopisce i sensi di colpa nello schiacciare un bottone a migliaia di chilometri dai bersagli mobili. Lui vede l’obiettivo, lo punta, spara e colpisce, e vede anche gli effetti della devastazione in corpi dilaniati con pezzi sparsi ovunque. Se poi l’obiettivo non era quello immaginato, a essere dilaniato è lui stesso. Che ne paga il prezzo nella sua vita personale. Soprattutto, Niccol apre voragini di senso nell’affronto della guerra e della persona costretta a muoversi in una logica sempre meno razionale. Mostrando un uomo in crisi, lo pone aperto a una possibile rinascita che passa dal rifiuto di logiche imposte (il suo team passa dal controllo dell’esercito a quello della CIA, che ha mani libere sulle “regole” di combattimento: ne fanno spese anche persone inermi come donne e bambini) e indiscusse dai più. Pronto a nuove scelte e direzioni, ancora sconosciute ma sicuramente più vere e più umane.

Antonio Autieri

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