Gods of Egypt

Gods of Egypt

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Quando il malvagio dio Seth uccide il fratello Osiride e si impadronisce del trono d’Egitto è il giovane ladro Bek ad andare alla ricerca del dio Horus per riportare la giustizia…

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Spettacolare quanto insensata variazione sul tema della mitologia egizia (già complicata di suo e qui rifrullata ad uso e consumo dello spettatore più ignorante e appassionato di videogiochi) firmata da Alex Proyas (Io, Robot, Dark City, Il Corvo), questa pellicola ha avuto la sfortuna di finire nel mezzo della polemica imperversate negli Usa sull’eccesso di “bianco” sia nelle candidature agli Oscar che nei cast. In effetti a contendersi il trono dell’Egitto e il dominio su un variegato gruppo di divinità troviamo il danese Coster-Waldau nei panni di Horus e lo scozzese Gerard Butler, gigioneggiante in quelli dell’antagonista Seth, mentre a far navigare negli spazi celesti e la barca solare e a mantenere l’ordine dell’universo c’è l’australiano Geoffrey Rush.

La scorrettezza cromatica è però l’ultimo dei problemi di un filmone epico che non sa mai bene dove andare, tra inseguimenti e combattimenti in stile videogioco, meditazioni sul destino e il percorso morale di uomini e dei e viaggi nell’aldilà che paiono i passaggi nelle Passaporte di Harry Potter. Un paio di spunti più “seri”, nei limiti di un film di questo genere, sul rapporto tra uomini e divinità, sul destino personale e il sacrificio, si perdono in un plot inutilmente complicato, che fa sembrare anche una panzanata come Exodus di Ridley Scott un trattato di teologia. Per cucire la sua storia, in effetti, Gods of Egypt pesca un po’ dappertutto (il percorso di Horus, da erede al trono coraggioso ma un po’ egoista e scapestrato a responsabile monarca di dei e mortali, è evidentemente modellato su quello di Thor) senza riuscire quasi mai a cucinare una storia coerente e coinvolgente. Questi dèi dell’Egitto, alti tre metri e così egoisti e autocentrati (più simili, se proprio si vuole, a quelli della mitologia greca) non riescono ad accattivarsi la nostra simpatia, ma neppure ci riescono i poveri mortali (per lo più, a parte il protagonista, la sua fidanzata, e un architetto malefico, ridotti a masse di comparse realizzate con il CGI), cui tocca in alternativa adorare felici o spezzarsi la schiena a costruire piramidi e obelischi, mentre il cambio della guardia sul trono implica di volta cambiamenti sulle condizioni con cui i poveretti possono accedere all’Aldilà, con un turn over che assomiglia a quello italiano per la tassa sulla casa.

Come è facile capire si tratta di uno spettacolo godibile, popcorn alla mano, solo a patto di mettere in pausa il cervello e prendere il tutto come una sorta di videogioco potenziato in cui farsi una risata di fronte a ogni nuova improbabile trovata degli sceneggiatori. E ammirare, tra lo sconsolato e l’incredulo,  il progresso di effetti digitali che ormai fanno sì che pellicole anche costosissime come queste sembrino a momenti una recita di una decina di teatranti sullo sfondo di un mondo di carta (ops, di pixel).

 

Laura Cotta Ramosino