Gloria Bell

Gloria Bell

- in AL CINEMA, FILM, MEDIOCRE
1391
Commenti disabilitati su Gloria Bell

Una donna divorziata, con figli ormai grandi, vive da sola a Los Angeles e passa spesso le serate nei locali. Un sera incontra un uomo gentile…

Download PDF

Gloria è una donna sola a Los Angeles, e sta bene così. Il divorzio non sembra averla resa triste –  con l’ex marito i rapporti sono buoni – e i figli sono ormai grandi; magari non fanno sentire più di tanto il loro affetto, quello sì. Ma, lei madre e nonna affettuosa, non lo fa pesare. Eppure, per quanto orgogliosa di saper stare da sola, Gloria copre un dolore inespresso per la solitudine con i cocktail, con le serate in discoteca, con qualche eventuale compagnia occasionale. Senza disdegnare l’apertura a un vero amore: che infatti spunta una sera, quando incontra il gentile Arnold, anche lui divorziato, che la fa sentire bene, la tratta con dolcezza. E con cui esplode una grande passione. Tutto perfetto, se Arnold non si dimostrasse dipendente dalle figlie, adulte, e perfino dall’ex moglie che continuano a telefonargli per ogni cosa…

Nel 2013 con Gloria il regista cileno Sebastián Lelio si faceva notare al Festival di Berlino, dove la protagonista  Paulina Garcia vinse il premio come miglior attrice. Da lì è partita una folgorante carriera per l’autore, che ha poi vinto l’Oscar per il miglior film straniero con Una donna fantastica e ha poi diretto il suo primo film in inglese, Disobedience (uscito pochi mesi fa nei cinema). Con Gloria Bell firma il remake americano del quasi omonimo film che lo lanciò alla ribalta, ambientando la vicenda non più a Santiago del Cile ma a Los Angeles. La storia è molto simile e, come va di moda ormai a tutte le latitudini (specie quando il regista è lo stesso, ma non solo), in alcune scene perfino le inquadrature sono simili. Confrontare anche solo i due trailer per credere. Anche gli sbalzi di umore della protagonista di fronte alla passione rinnovata e ai passi falsi della nuova storia d’amore (o anche ai rapporti con i figli) sono più o meno mantenuti quasi in fotocopia.

Ma il passaggio da due ottimi interpreti sudamericani a due grandi attori hollywoodiani come Julianne Moore e John Turturro cambia parecchio le cose. Se Paulina Garcia e Sergio Hernández, che interpretava il suo amante Rodolfo, erano credibili come due persone di mezza età se non anziane, mostrate impudicamente nei loro incontri amorosi e nei corpi poco atletici segnati dal tempo (l’attrice, all’epoca solo 53enne, era stata invecchiata e ingoffita con il trucco), le due star – per quanto anagraficamente più anziane di come erano i loro colleghi all’epoca – sembrano, e sono, troppo glamour per il ruolo; soprattutto Gloria, che dovrebbe far trasparire un po’ di sotterranea e malcelata delusione per la sua condizione. Insomma, Julianne Moore è troppo “bell” per essere Gloria… Ma potrebbe non essere un problema, avendo voluto – era questa l’intenzione? – il regista dare un diverso “status” emotivo, e di autostima, al personaggio. Anche se fosse, la Gloria di Julianne Moore sembra uguale a tante altre donne di tanti altri film americani, e a tanti altri suoi personaggi. Attrice meravigliosa, ma ultimamente già un po’ ripetitiva, in questo film la Moore non ci ha fatto sussultare nemmeno in una sequenza: possibile?

Il film infatti inanella una serie di scene piuttosto telefonate ed emotivamente piatte, e non ci fa credere mai a personaggi resi solo professionalmente dai pur due ottimi interpreti. Che però non regalano anima e dolore (o fierezza) ai loro Gloria e Arnold. Lei, in particolare, non ha la lucida e disperata gioia di vivere del personaggio originario (era solo apparentemente lieto il finale), ma sembra più una erinni che alla fine rientra nei ranghi e si accontenta di ritrovare il suo status da single soddisfatta. Sempre sulle celeberrime note della canzone di Umberto Tozzi, nella versione di Laura Branigan. Che arrivano puntuali, attese e dunque un po’ stucchevoli. Meglio altri pezzi della bella playlist con cult anni 80 (che contiene anche “A Little More Love” cantata da Olivia Newton-John e “Alone Again Naturally” di Gilbert O’Sullivan), con citazioni di merito per “No More Lonely Nights” di Paul McCartney e “Total Eclipse of the Heart” cantata da Bonnie Tyler (l’unica, ci pare, non cantata dalla protagonista, che ha tale vezzo soprattutto in auto). Basta per salvare un film così opaco?

Luigi De Giorgio