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Il film inizia con un colpo di pistola, della protagonista Luciana, donna incinta con i nervi a pezzi, a un poliziotto: cosa l’ha spinta fino a questo gesto? Poi il film parte a ritroso a raccontare questi due personaggi di un insolito duello armato, in parallelo: lei, felicemente sposata con Stefano, simpatico e guascone e soprattutto sempre senza lavoro e sempre alla ricerca dell’affare “giusto”, vuole con tutte le sue forze un figlio; lui, Antonio, è un poliziotto trasferito in punizione (si scoprirà solo dopo perché), dal suo Veneto alla provincia laziale, ad Anguillara, dove si dipana la vicenda. Quella di Luciana è la principale: e sembra una bella storia di due coniugi semplici, anche un po’ “ignoranti” ma felici, sempre insieme a due coppie di amici di estrazione altrettanto popolare. Poi arriva la gravidanza tanto ricercata, ma qui iniziano i problemi perché i responsabili della fabbrica dove lavora Luciana non le fanno certo i complimenti: anzi, il contratto non le viene rinnovato (anche perché c’ una giovane collega che svela il segreto). Man mano aumentano problemi e tensioni, anche con Stefano che si rifiuta di cercare un posto fisso («io sotto padrone non ci torno») e non si accorge che la sua irresponsabilità mina sempre più i nervi della moglie. Il poliziotto Antonio, intanto, fa amicizia con una straniera, senza accorgersi che è uno straniero… Suscitando così ironie, e poi la sua rabbia. Che c’entra lui con Luciana? Nulla, finché in una notte tutti i nodi vengono al pettine…
Giunto al quattro film, Massimiliano Bruno alza il tiro: dopo tre commedie pure, anche se sempre con qualche spunto serio (il più riuscito Nessuno mi può giudicare, il più ambizioso ma moralistico Viva l’Italia e il fragilissimo Confusi e felici), parte da un suo felice spettacolo teatrale, che era un monologo recitato da Paola Cortellesi che collaborò anche alla scrittura, per una commedia più matura. Che affonda in temi molto contemporanei: gli effetti della crisi e della perdita del lavoro in una famiglia, i soprusi dei datori di lavoro in particolare sulle donne che vorrebbero conciliare lavoro e famiglia («Nelle sue condizioni, quanto pensa di lavorare?»), l’irresponsabilità e l’infedeltà che minano una coppia… Nel passare dal monologo al film corale si poteva pensare che la struttura narrativa non avrebbe retto, e invece a sorpresa il film tiene, pur mettendo troppa carne al fuoco. Merito soprattutto di un bel cast, su cui svetta Paola Cortellesi – che sicuramente ha sentito molto il ruolo, dopo il successo a teatro – ben affiancata da un Alessandro Gassmann con una parte nelle sue corde, un buon Fabrizio Bentivoglio (pur se il “suo” poliziotto è a tratti poco credibile: l’unico che non capisce che la donna di cui si è invaghito non è tale… senza contare che non si capisce perché non si ribelli a un’ingiusta punizione) e soprattutto una serie di caratteristi perfetti, a cominciare dalle due coppie di amici dei due coniugi protagonisti.

Non mancano difetti e lacune al film: appunto, troppi elementi in un solo film – la storia del poliziotto e del trans è davvero appiccicata, come pure le tirate demagogiche contro la Chiesa attraverso un’antica polemica contro una radio cattolica dalle antenne “inquinanti” – e alcuni dettagli poco credibili. Ma il cuore del film è ben descritto, nelle dinamiche della vita di provincia, del piccolo gruppo di amici, dei rapporti con un’azienda “mamma” e così via, con alcuni dialoghi brillanti e alcune scene ben scritte. E con la capacità di Paola Cortellesi di passare in maniera convincente a un registro drammatico senza risultare fuori luogo o patetica. E suscitando anche qualche emozione, soprattutto quando parla al figlio che porta in grembo cercando di “insegnargli” a stare al mondo («chi si fa pecora il lupo se lo magna!»). Bruno lascia sempre un po’ perplessi, come regista di commedie che cerca il passo “serio”, con un sospetto di facile demagogia. Ma, da attore, sa dirigere gli interpreti. E per fortuna azzecca il finale, che viste le premesse poteva sbracare malamente, dopo un sottofinale rischioso (con tanto di “Oh my love”, canzone “emozionante” di Riz Ortolani già utilizzata di recente in Drive). Peccato per la brutta battuta, che dà il titolo al film e che fa il verso a una nota espressione evangelica.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...