Gli sdraiati

Gli sdraiati

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Un padre separato si dispera per la mancanza di dialogo con il figlio adolescente, ribelle e disordinato. È colpa della sua scarsa autorità?

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L’inizio de Gli sdraiati fa ben sperare, con una bella rappresentazione di una Milano poco vista, discreta e affascinante. Poi il film prende strade più tradizionali (e convenzionali). Con un padre, separato dalla moglie, che sta addosso al figlio Tito di 17 anni – che scelse da piccolo di dividersi tra i due genitori – tanto che rischia di perderlo. In parallelo, vediamo anche il figlio (sempre con un «senso di incompiuto» per il padre) con i suoi amici: sarcastici, aggressivi, sfaticati… “Sdraiati”, insomma. A scuola, nel prestigioso liceo classico Manzoni, sembra che ci stiano per sbaglio… Il padre è Giorgio Selva, conduttore televisivo di successo noto per le sue interviste: brillante e sicuro di sé, va in crisi quando vede il figlio insieme a una coetanea, e soprattutto quando – facendo un po’ di calcoli – teme che quella ragazza possa essere sua figlia, dal momento che l’età coinciderebbe con la sua relazione con Rosalba, la donna delle pulizie di casa loro, 17 anni prima (quando anche la moglie era incinta); una donna sparita da anni, e riemersa proprio ora. L’idea di un possibile incesto del figlio con la sua fidanzata lo manda in totale agitazione. Intanto Tito litiga con il suo miglior amico, leader della loro “banda”, proprio a causa della fidanzata di cui l’amico è gelosissimo…

Non era facile trasformare un libro, come quello omonimo di Michele Serra, scritto sotto forma di lettera in un film dalla narrazione compiuta. E in effetti produttori e regista hanno inventato e accumulato una serie di episodi, per dare una struttura cinematografica al film. Francesca Archibugi, coadiuvata alla sceneggiatura da Francesco Piccolo, conferma le sue doti di narratrice dell’adolescenza: da Mignon è partita in poi, è stata sempre la sua caratteristica migliore. E in effetti qui la descrizione dei ragazzi e del loro universo è convincente, grazie a interpreti – esordienti – ben scelti e ben diretti (in particolare Gaddo Bacchini nella parte di Tito, misto di fragilità e arroganza), “freschi” e credibili. Meno sorprendenti gli adulti, più stereotipati; anche se Claudio Bisio (che ha anche portato a teatro una riduzione del testo di Serra) si impegna allo stremo per non far pensare solo alla sua caratura di attore da commedia. E anche se tutti gli interpreti sono ben scelti, a partire da Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili: due film che le sono valsi altrettanti David di Donatello come miglior attrice non protagonista) nella parte dell’ex amante che in un monologo offre un saggio della sua bravura.

Tra un episodio di ribellione e un altro, tra un litigio e un chiarimento, il film mette sul tavolo temi importanti e d’attualità, come l’educazione (o le conseguenze di un’educazione carente o sbagliata). Ma lo fa in modo esile, alternando spunti interessanti e dialoghi a tratti semplicistici e situazioni un po’ telefonate. Però alcune scene (il già citato monologo dell’ex amante e un paio di momenti in cui il figlio Tito mostra tutta la sua sofferenza, come la scena dallo psicologo) possono anche emozionare. Alla fine, come altre volte nella carriera di Francesca Archibugi, il film è dignitoso ma gli manca qualcosa: troppo debitore alla fama del libro (pur molto diverso) per vivere di vita propria, troppo simile in alcuni eccessi ad altri film “giovanilisti” (anche se con una capacità di cogliere il linguaggio superiore alla media, considerando anche il contesto milanese: per una regista romana non è cosa da poco). Manca, soprattutto, una definizione forte di giudizio del rapporto tra adulti e adolescenti: fare un confronto con un gran bel film come Scialla!, per esempio, rende l’idea.

Il film non manca però, come detto, di qualità: se l’episodio della presidente del Consiglio donna intervistata in tv fa pensare a un ricalco dei programmi di Fabio Fazio (e spira a tratti un’eccessiva aria da ambiente radical chic e di ambienti privilegiati che non aiutano l’immedesimazione di genitori “normali”), alcuni tratti e personaggi laterali si ritagliano un bello spazio: come il rapporto tra Selva e il suo (ex) suocero rappresentato con semplicità da Cochi Ponzoni, uomo d’altri tempi di una Milano forse scomparsa; oppure le tante situazioni giovanili buffe o arroganti (il “concerto” dei cellulari fuori da scuola, con i genitori che chiamano senza avere risposta; la confidenza sfrontata con i genitori altrui). E il finale è semplice e bello, con lo scioglimento del motivo per cui il padre insisteva tanto per andare in cima a quel colle da lui tanto amato.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...