Gioventù, amore e rabbia

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Colin Smith finisce in riformatorio, dove scopre di essere molto dotato per la corsa campestre

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Colin Smith (uno straordinario Tom Courtenay), è un ragazzo finito in un riformatorio per un furto in un fornaio. Nell’istituto scopre il talento per le corse,tanto che il direttore vuole che partecipi per la sua istituzione in una gara di corsa campestre contro un collegio prestigioso di “figli di papà”. Mentre si alternano i ricordi della storia di una vita, con gioie, dolori, delusioni, e rabbia, Colin corre l’importante gara. Che avrà un finale a sorpresa.
L’8 maggio 1956 avviene una rivoluzione nella storia della cultura britannica: viene presentato sul palcoscenico Look back in anger di John Osborne con la regia di un giovane proveniente da Oxford, Tony Richardson. È la nascita degli “Angry young men”, un gruppo di giovani intellettuali decisi a dar voce a tutti i costi alla working class, stanchi di una cultura fatta dai potenti e dalle istituzioni e troppo interessata al patriottismo per curarsi veramente delle persone. Tra questi “Giovani arrabbiati” numerosi sono i registi di cinema che creano il movimento del “Free cinema”, composto tra gli altri da Karel Reisz (Sabato sera, domenica mattina, La donna del tenente francese), Lindsay Anderson (Se…), John Schlesinger (Il maratoneta, premio Oscar nel 1970) e su tutti Tony Richardson che porterà il cinema inglese alle stelle nel 1964 quando sbancherà agli Oscar e ai botteghini con Tom Jones.

Anche questo The loneliness of the long distance runner (stupidamente tradotto in italiano con Gioventù amore e rabbia che poco c’entra con il film) è un capolavoro, uno dei grandi manifesti del free cinema inglese degli anni 60 che si inserisce nella parabola ascendente della prima parte della carriera di Richardson iniziata con I giovani arrabbiati nel 1958 e che avrà il suo apice proprio con Tom Jones. Il cinema di questi anni è un cinema di forte contestazione sociale e politica, ma non per questo è un cinema didascalico o retorico; Richardson è brillante nello stemperare i temi pesanti che va trattando con dosi ora di ironia crudele e buffonesca da cartone animato (la scena del discorso patriottico in tv, la perquisizione della polizia), ora con tocchi di leggerezza poetica (la gita al mare), il tutto raccontato attraverso il polso energico del regista: macchina a mano, luci naturali, montaggio frenetico, carrelli… Questo stile irruento rende forte e urgente il grido del film: le istituzioni non sono realmente interessate all’uomo. Chi dirige il riformatorio e dovrebbe educare i ragazzi non è realmente interessato a loro, al massimo è impietosito, ma non di più; ciò che al direttore (il grande Michael Redgrave, padre dell’attrice Vanessa) interessa è vincere la gara perché cambierebbe la situazione delle istruzioni di riformatorio. Un intendo buono, ma non teso principalmente al bene del ragazzo. Il film racconta di un’Inghilterra dove le istituzioni vogliono solo se stesse e i propri ideali e a cui non interessa dei singoli.
Perciò nel finale si assiste a uno dei più clamorosi gesti di ribellione della storia del cinema (da non svelare). Un finale che fece rumore, e che rimane memorabile.

Riccardo Copreni

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