Giochi di potere

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La storia di Michael Soussan, assistente del sottosegretario ONU che nel 2002 denunciò la corruzione dilagante ai vertici del programma umanitario Oil for Food.

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Michael Sullivan è un giovane talentuoso e di belle speranze che spera di entrare nel mondo delle relazioni internazionali. Figlio di un importante diplomatico ucciso durante l’attentato dell’ambasciata americana a Beirut nel 1986, il ragazzo cresce plasmato da una forte eredità etica e dalla volontà di lasciare un segno nel mondo con il suo impegno. La sua intraprendenza lo porta per direttissima ai vertici dell’ONU, assistente speciale di Pasha, diplomatico esperto e coordinatore del programma Oil for Food. Inizierà un lungo percorso di formazione e crescita, che lo porterà ad avere a che fare con un mondo di corruzione, compromessi e violenza nel quale sarà direttamente coinvolto, spesso inconsapevolmente, con i suoi gesti e le sue dichiarazioni pubbliche.

Siamo nel 2002, il progetto umanitario Oil for Food muove miliardi di dollari tra l’Iraq e l’America, e non sempre per una buona causa: dal 1996 lo stato di povertà nel quale versava l’Iraq dopo la Guerra del Golfo ha portato l’ONU a stipulare un accordo che prevedeva l’acquisto di greggio in cambio di denaro da utilizzare per la rimessa in sesto del paese, tramite generi di prima necessità e medicine. Ma il predominio di Saddam Hussein e la corruzione dei vertici politici americani ha costruito un gioco di equilibri che permetteva la spartizione di quantitativi enormi di denaro per scopi privati, mentre la popolazione irachena e le minoranze pativano le sofferenze di una guerra interminabile,decisa e manovrata dall’alto. Il primo a rompere il muro di silenzio intorno alla corruzione che dilagava agli alti vertici della politica internazionale fu proprio Michel Soussan, vero nome del protagonista della storia e scrittore del libro Backstabbing for Beginners. My Crash Course in International Diplomacy, al quale il film è ispirato.
Con questa pellicola il danese Per Fly ci porta dalle parti dei toni da legal thriller, sfumati in random da una storia che vuole essere soprattutto di crescita e formazione; la combinazione poteva essere vincente, ma gli ingredienti selezionati non hanno la qualità e la potenza narrativa sufficiente per sostenere il film: una scrittura piatta e dinamiche narrative scontate non riescono a ravvivare una storia della quale lo spettatore prevede ogni singola colpo di scena, dove invece il protagonista è sempre un passo indietro a dove dovrebbe essere.  Così il bel Michael (interpretato da un Theo James sottotono) è l’emblema del bravo ragazzo che vive dei suoi ideali: gli ostacoli che dovrà affrontare per entrare nel mondo adulto sono anch’essi prevedibili nei risvolti narrativi, esattamente come i personaggi collaterali, scarsamente caratterizzati e ingabbiati in modelli statici e ripiegati su se stessi. Un Ben Kingsley come sempre fuori dall’ordinario risolleva le sorti della storia, apparendo sempre nell’ambiguità che oscilla tra il luciferino e l’angelico, grazie a una solida interpretazione di Pasha, sottosegretario ONU e mentore del protagonista. Purtroppo si tratta di una stella di talento in mezzo alla banale medietà di un’opera che, pur con buone premesse, non riesce mai davvero a trasmettere un pathos tale da tenere incollati allo schermo. L’unica nota di merito va alla storia  – quella sì, vera e sfaccettata – che viene esposta con semplicità e immediatezza: più utile per arricchire la propria cultura generale che per intrattenersi  durante un pomeriggio estivo.

Maria Letizia Cilea

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