Gigolò per caso

Gigolò per caso

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Un anziano libraio in crisi convince un amico fioraio a diventare gigolò

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Quando la sua amata libreria di Manhattan chiude a causa della crisi, all’anziano Murray viene l’idea di convincere l’amico Fioravante (che fa mille mestieri: oltre che commesso nella sua libreria è idraulico, elettricista e pure fioraio), a sua volta messo male economicamente, di proporsi come gigolò per la sua ricca dermatologa annoiata. Ma il successo con l’affascinante cinquantenne, che vorrebbe ora proporre al riservato ma aitante Fioravante – che punta non solo sul fisico ma anche su gentilezza di modi, eleganza e dolci massaggi – addirittura un menage a trois con una più giovane amica, scatena le mire dell’anziano compare, che trasforma l’idea iniziale in business continuativo dividendo come anomalo “protettore” e manager i proventi con il gigolò per caso dal nome d’arte “dantesco” di Virgil. Cui un passaparola tra le ricche newyorchesi fa ottenere ulteriori successi. Finché l’incontro con Avigail, una vedova ebrea ortodossa, non cambia tutto. Con la donna, che non ammette nemmeno di essere sfiorata, si propone solo come massaggiatore e sembra nascere tra loro un sentimento tenero; anche se contrastato dalla rigida comunità e in particolare da un correligionario, responsabile della sicurezza del quartiere, che prova qualcosa per lei. ,Incredibile caduta di tono di John Turturro, che dopo film come Romance & Cigarettes o i più lontani Mac e Illuminata, ma anche il buon documentario sulla canzone napoletana Passione (di cui è grande ammiratore, come si sente anche qui) scivola in una commedia esile e dallo spunto anche volgarotto; ma mai come alcune scene di sesso, che in un film che vorrebbe divertire e magari offrirsi al grande pubblico stonano un po’. ,Peccato, perché come attore è invece misurato come sempre e lo stile di regia classico e gradevole ma per una storia che per reggere doveva scegliere se una paradossale leggerezza o, al limite, essere più sfrontata e irriguardosa. Così, invece, è una strana via di mezzo di cui sfugge il senso, con un protagonista che prima resiste debolmente all’idea di fare il gigolò, nonostante abbia bisogno di soldi, e poi si convince pur riluttante quasi per fare un piacere al cinico e anziano amico. In questo ruolo Woody Allen ricalca le sue macchiette, furbastre e goffe, senza molto brio (l’età si sente, eccome; anche il processo degli ortodossi ebrei, in altri tempi avrebbe avuto ben altro esito comico) anche se ogni tanto piazza una battuta delle sue, avendo collaborato parecchio con la sceneggiatura scritta da Turturro (pessimo però è il doppiaggio di Leo Gullotta, ben lontano dall’estro dello scomparso Oreste Lionello, voce storica di Woody). Ma i pochi spunti interessanti si perdono: perché se la vedova ebrea ortodossa, il personaggio più interessante e toccante, fulmina Woody in una delle sue ciniche battute che non tengono conto del suo fresco dolore, e la sua storia con il fioraio sembra delicata e suggestiva, il finale – pur giustificabile – è un po’ troppo brusco e non spiega le scelte sentimentali di lei. E tanto meno della coppia di amici, che sembra separarsi per sempre ma poi forse si ributterà nel business delle proposte indecenti. Senza però che ci interessi davvero saperlo se così sarà.,Antonio Autieri,

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