Fuocoammare

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La vita di Lampedusa, tra la quotidianità di un dodicenne e la tragedia dei migranti.

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Il dramma dei barconi e le avventure di un dodicenne intraprendente convivono con straordinario equilibrio nel documentario che Gianfranco Rosi dedica a Lampedusa, fazzoletto di terra che rappresenta la terra promessa di centinaia di migliaia di disperati, ma che per il piccolo Samuele è semplicemente lo spazio delle sue esplorazioni, tra natura incontaminata e squarci della dura vita quotidiana di tanti isolani. Così mentre la macchina da presa segue le operazioni di soccorso, soprattutto attraverso il lavoro del responsabile sanitario dell’isola, Pietro Bartolo, di volta in volta alle prese con ecografie di donne agli ultimi mesi di gravidanza o con i corpi di chi non ce l’ha fatta, Samuele pensa a costruire una fionda, ad abituarsi al movimento delle barche per non star male, ad ascoltare le storie della nonna che ricorda il tempo dei “fuochiammare” quando, durante la guerra i marinai non osavano uscire a pescare di notte. Trasparente il collegamento con l’altra guerra e le altre vittime, quelle che vediamo nel ventre dei barconi o assistite sulle navi della nostra marina da operatori increduli davanti a tanta miseria. Involontaria, ma potente, la metafora che offre poi un altro pezzo della vita di Samuele: il ragazzino, infatti, scopre di avere un “occhio pigro”, che non processa le immagini da mandare al cervello e che per questo deve essere corretto. Pigro un po’ come lo sguardo dello spettatore, ha chiarito Rosi, invocando un senso di comune responsabilità nei confronti della tragedia che si consuma a due passi dai lampedusani, ma anche a due passi da tutti noi.
Evitando il facile sentimentalismo ricattatorio e anzi avendo il coraggio regalare allo spettatore momenti di autentico umorismo grazie alla spontaneità del suo giovane protagonista (ma anche all’umanità del dottor Bartolo), Rosi compone un mosaico estremamente reale e poco ideologico (molto lontano per esempio dal “racconto morale” che Crialese aveva costruito con Terraferma) che spinge a riflettere su quello che mostra a partire dalla constatazione che il medico offre: non si può vedere la realtà e restare indifferenti. E come l’occhio di  Samuele, una volta aiutato, riprende poco a poco a funzionare, così Rosi spera di dare una spinta perché gli spettatori tornino a guardare ciò che troppo spesso ormai l’assuefazione ai numeri dei morti e alla cronaca della difficile gestione dei profughi ha smesso di toccare il cervello e il cuore.

Luisa Cotta Ramosino

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