French connection

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Marsiglia, 1975: a un giovane magistrato viene affidato il compito di contrastare l’organizzazione criminale che controlla ed esporta negli Stati Uniti enormi quantità di eroina.

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Ispirato con grande libertà a fatti realmente accaduti, il film del marsigliese Cédric Jimenez rievoca i destini incrociati del giudice Pierre Michel e del capomafia Gaetano Zampa nella Marsiglia degli anni 70, una sorta di partita a scacchi giocata dal potere della legge e da quello della criminalità, e senza esclusione di colpi. Uno scenario che era già stato affrontato, nel 1971, dal punto di vista degli americani che vedevano invadere il paese da enormi quantità di droga, dal regista William Friedkin con Il braccio violento della legge. Che in originale si chiamava proprio French connection, come il titolo assegnato in Italia al film di Jimenez (il titolo francese è La French).

Diverso lo sguardo, ma uguale e riuscito è il tentativo francese di descrivere l’ambiente malavitoso e corrotto che aveva permesso l’espandersi di questa piaga, attraverso intimidazioni, minacce, racket e complicità anche in seno alla polizia e alle cariche dello stato. La sfida di Jimenez è stata quella di ricreare nel modo più fedele possibile la vita del tempo, fin nei più minuti particolari, con costumi, ambientazioni e un perfetto uso della fotografia. E con tutti i crismi del gangster movie: un capomafia crudele ma non senza fascino (Gilles Lellouche), regolamenti di conti, esecutori fedeli o infingardi, perfino un’organizzazione parallela nella polizia. Non che manchino le scene d’azione, ma la parte più convincente di French connection è nella descrizione dei rapporti: quelli tra i malavitosi, quelli tra poliziotti; il contrasto tra il giovane magistrato e i suoi superiori, e infine la sfida tra lui e Zampa. Jean Dujardin assume un aspetto più combattivo e scarmigliato del solito nei panni del giudice Michel, che di tutto fa una questione personale; Lellouche è elegante e freddo come un manager di una multinazionale. Luci e ombre si alternano nella descrizione dei protagonisti, del loro ambiente, dei collaboratori più stretti, di chi – insomma – ci si può fidare e di chi no. La tensione, anche in un film che dura più di due ore, viene sempre mantenuta alta, attraverso lo studio reciproco dei due, le mosse per cercare di incastrare o depistare, le esplosioni di rabbia o di violenza. I francesi chiamano questo genere (che incontra sempre grande successo in patria) “polar” e i cui maestri sono stati Jean-Pierre Melville, Jacques Deray e Henri Verneuil; French connection si conferma come un degno prodotto della serie.

Beppe Musicco

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