Fratello, dove sei?

Fratello, dove sei?

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Tre carcerati evadono per raggiungere il tesoro che uno dei tre sostiene di aver nascosto. Devono attraversare Il Missisipi e hanno tre giorni prima che l’allagamento della valle renda il tesoro introvabile per sempre.,

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Un cartello all’inizio del film avverte con disinvoltura che la storia a cui si sta per assistere è liberamente ispirata all’Odissea di Omero. Nessun timore riverenziale ad ogni modo per i Coen geniali autori di manifesti generazionali come Il grande Lebowski e Fargo, che anzi dichiarano, a metà tra il serio e il faceto, di non aver mai letto il poema omerico se non in una riduzione a fumetti. Sarà vero? Poco importa. Fratello, dove sei? del classico riprende solo l’idea del viaggio e degli incontri compiuti sulla via (uno schema a ben vedere che lo accomuna a tutto il fortunato filone del Road Movie americano, da Easy Rider in poi) con la differenza che alle varie divinità e ai mostri si sostituiscono con irriverente attualizzazione, personaggi e stereotipi del profondo sud americano negli anni della Grande Depressione. Polifemo diventa un falso venditore di bibbie, i lotofagi una comunità di battisi, le sirene tre avvenenti fanciulle che lavano i panni in riva al fiume…

Il film stratifica alla rinfusa omaggi e citazioni al mondo del cinema (da Nascita di una nazione di Griffith a Il mago di oz di Fleming) e della letteratura “alta” (oltre al lite motive omerico è ben visibile sul finale la citazione da Moby Dick di Melville). Ma soprattutto Fratello dove sei? intende porgere il suo omaggio mai troppo serio alla musica, vero e prorio tratto identitario degli Stati del Sud e dell’America in generale. Ecco allora il personaggio di Tommy, chitarrista dei Soggy Bottom Boys che ha venduto l’anima al diavolo in cambio di un’impareggiabile destrezza alla chitarra, chiaro riferimento al grande delta-bluesman Robert Johnson, mentre tutte le numerose canzoni del film, che si potrebbe considerare quasi un musical, attingono allo sterminato repertorio popolare di quegli stati.

Ma Fratello, dove sei? non può essere ridotto alla somma dei suoi (molti) addendi, pur non essendo uno dei migliori film dei fratelli Coen, spartisce con i loro capolavori la capacità di proiettarsi al di là del divertissement gustoso (ma alla lunga sterile) delle citazioni. La storia che ci viene raccontata a ben vedere è quella di un legame, non solo quello tra l’Ulisse piacione interpretato da George Clooney e la sua Penelope (Holly Hunter) ma anche quello tra i tre amici galeotti partiti con l’idea di diventare ricchi e cambiati lungo la strada, e quello infine di tutta una comunità che canta all’unisono sulle note di You are my Sunshine, my only sunshine. Con grande intelligenza però il film non idealizza mai questo legame: la moglie Penny è un’indomita bisbetica, il politico che cavalca il successo musicale per vincere le elezioni, è un nepotista e un approfittatore; la realtà, vale a dire, non è cambiata, neanche dopo il diluvio. Però c’è un dato che il film ribadisce con più serietà di quanto si possa credere: che al di fuori di un rapporto la vita perde ogni fascino; e che se quel rapporto lo si perde, vale la pena attraversare il mondo intero per ritrovarlo.

Eliseo Boldrin

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