Foxtrot – La danza del destino

Foxtrot – La danza del destino

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Israele: due genitori ricevono la notizia che il figlio soldato è morto. Ma è davvero così? La realtà potrebbe essere diversa

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Il foxtrot è quel ballo in cui ci si muove di continuo senza spostarsi granché, a volte proprio per nulla e ci si ritrova al punto di partenza. Lo vediamo ballare a un certo punto da un soldato in un posto di blocco e poi ballato e “spiegato” da suo padre, a casa, nel tirare le somme di un momento personale e coniugale di forte impasse. Ed è la metafora, un po’ telefonata, di chi vive senza muoversi dalle sue posizioni. Forse, dello stesso stato di Israele, in cui è ambientato il film e che è presenza incombente della storia.

Foxtrot, opera seconda dell’israeliano Samuel Maoz già vincitore alla Mostra di Venezia 2009 con la sua opera prima Lebanon e con questo film del Leone d’argento – Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia 2017, si snoda in tre episodi che mettono in scena i tormenti di un padre – architetto, ma già militare (come tutti gli uomini in quello Stato obbligato a essere così militarizzato per rispondere alle minacce dei “vicini”) – e di una madre che sviene al solo apparire di soldati in casa sua: vengono infatti ad avvisare che il loro figlio sotto le armi è morto. Seguono lunghe, e lugubri, spiegazioni di come sarà il rito funebre e i goffi consigli («Se vuole può recitare buna poesia, o raccontare qualcosa su di lui, magari divertente»), salvo scoprire poi che è stato un drammatico errore. Ma il padre non si quieta, anzi strepita e pretende che il figlio gli sia portato subito a casa, sano e salvo. Non sarà una buona idea. Nel mezzo, vediamo il checkpoint nel deserto in cui è impegnato il figlio, dove noia e insensatezza la fanno da padrone.

Angosciante come il film precedente e a tratti claustrofobico quasi quanto quello (anche se non si svolge in un carro armato, ma prima in una casa e poi in un container che funge da posto di blocco), Foxtrot è un film duro, schematico, anche parecchio cinico. Sia nel mettere in scena i due genitori e le loro schermaglie, poi nel mostrare il loro figliolo e i suoi commilitoni, nell’episodio di mezzo che a tratti è piuttosto inerte ma funzionale nel mostrare le giornate che passano questi ragazzi a guardia del nulla, o al massimo di un cammello o di automobilisti che si sono persi nelle lande deserte cui loro devono badare in quella surreale checkpoint.

Maoz ha dei guizzi di regia interessanti e originali (anche se a tratti superflue e pretestuose, giusto per fa pesare la sua bravura) e inserisce divagazioni grafiche curiose, a caratterizzare il ragazzo di cui poco sappiamo, descrive anche con efficacia le difficoltà tra i due coniugi ma soprattutto l’insensatezza della vita militare anche in una situazione apparentemente di pace (cosa peraltro impossibile in Israele, paese che si concepisce perennemente in guerra), come già rappresentava la “follia” insita nell’esplicito conflitto di Lebanon. Ma insensata, nei suoi film, sembra l’esistenza tutta, guidata da un Dio o da un Destino cinico e beffardo. Tesi legittima, ma lo svolgimento è così meccanico da far pensare che in questa tesi tutto deve rientrare a forza, e in modo molto irritante nel finale. A costo anche di sembrare non solo cinico, ma anche irrispettoso dei personaggi, cui non guarda mai con vera pietas.

Antonio Autieri

 

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...