Flatliners – Linea mortale

Flatliners – Linea mortale

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Un gruppo di aspiranti medici decide di mettersi in gioco praticando su se stessi esperienze di premorte temporanea, per sperimentare quali dinamiche regolino le attività del cervello dopo la morte

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Courtney Hall, giovane intraprendente specializzanda in medicina, dopo aver subito una grossa perdita famigliare a causa di un incidente d’auto, decide di coinvolgere cinque suoi colleghi in alcuni pericolosi esperimenti di esperienze premorte, per cercare di comprendere cosa accada al cervello dell’uomo nei quattro minuti successivi alla morte del corpo. Per fare ciò lei per prima si fa condurre a morte temporanea da uno dei colleghi, scoprendo un mondo di esperienze extracorporee di un impatto tale da rivoluzionare il potenziale del proprio intelletto, non prive però di alcuni importanti effetti collaterali che i giovani medici non avevano considerato.

Linea mortale (in originale Flatliners) è un film del 1990 diretto da Joel Schumacher che, nella banalità delle premesse e della trama, era riuscito a diventare un piccolo cult dell’horror, grazie ad alcune trovate di regia e di narrazione interessanti e un ottimo cast di attori giovanissimi, ma promettenti (Kevin Bacon, Julia Roberts e Kiefer Sutherland su tutti).
A 27 anni di distanza Niels Arden Oplev tenta il remake: lo fa ricostruendo la combriccola di giovani studenti in una dura università di medicina e citando in filigrana il film di Schumacher con la partecipazione nel cast di Kiefer Sutherland, al tempo protagonista della vicenda, qui docente duro ma appassionato del gruppo di giovani medici. Il film purtroppo è tutto qui, perché il fascino delle atmosfere è castrato sin dall’inizio da una narrazione lenta e poco coinvolgente, che perde lo spettatore dopo i primi trenta minuti di visione e che potrebbe perfettamente recuperarlo in qualsiasi punto del film senza che questo si sia perso veramente un qualsivoglia evento rilevante; l’intero ritmo della visione è una linea piatta, non mortale, ma di noia, e superficiale è la resa psicologica dei personaggi, che agiscono in modi paradossali e al limite del ridicolo senza che ci siano davvero delle ragioni a muoverli.
Così si parte dal tentativo iniziale della protagonista, Courtney Hall (Ellen Page), di definire scientificamente il destino dell’uomo dopo la morte e si passa senza motivo a una degenerazione delle vicende sul piano morale, con spiriti crudeli del passato che tornano a vendicarsi dei torti subiti per alcune azioni irresponsabili dei giovani medici in erba; anche questo salto nelle atmosfere horror è talmente insensato e disomogeneo da dare l’impressione di vedere due film diversi contemporaneamente, complice la schizofrenia dei piani temporali e dell’intero mondo che è stato costruito intorno ai protagonisti.
Come da copione il tutto si conclude senza spiegarsi, lasciando nella piattezza e nell’inconcludenza tutti gli spunti che la vicenda aveva aperto e sollecitato nello spettatore, con una risoluzione della storia talmente mediocre da far pensare che davvero forse neanche il regista abbia mai creduto fino in fondo alla possibilità di replicare il miracolo, lontanissimo, compiuto da Schumacher nel 1990.

Letizia Cilea

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