First Man – Il primo uomo

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Storia delle imprese di Neil Armstrong, chiamato a vivere la fase più importante dei viaggi spaziali culminata con lo sbarco sulla Luna. E delle sue sofferenze umane

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All’inizio degli anni 60 gli Stati Uniti sono lanciati alla conquista dello spazio, ma la gara con l’Unione Sovietica è accesissima e sembra prevalere i nemici. Alla NASA si fa apprezzare il giovane ingegnere aeronautico e aspirante astronauta Neil Armstrong, che però ha una strana propensione per gli incidenti “da distrazione”. Ma un superiore crede in lui e decide di insistere. Armstrong e la moglie Janet vivono prima la sofferenza della malattia e poi lo strazio della perdita della figlia più piccola; e per lui, in difficoltà nel mostrare agli altri i propri sentimenti, il dolore è ancora più dilaniante.  È l’inizio di un decennio di impegno, ricerche, sperimentazioni, passi falsi e di tanti compagni morti. Ma l’obiettivo, una volta  superati dai sovietici con le loro prime “passeggiate nello spazio”, è ancora più ambizioso: la Luna.

Basato sulla biografia (autorizzata, e non era scontato vista la ritrosia del personaggio) scritta da James R. Hansen, First Man – Il primo uomo racconta il decennio che ha segnato una svolta nella storia dell’umanità e ottenuto la più simbolica delle conquiste concentrandosi sulla figura di Neil Armstrong, l’uomo che appunto mise per primo il piede sul suolo lunare il 20 luglio 1969 (precedendo di pochi istanti il compagno Buzz Aldrin). Ma a differenza di altri film, qui il tono è per nulla retorico, anzi sobrio e quasi dimesso, e si dà parecchio spazio all’uomo e alle sue sofferenze interiori; non come dazio da pagare a una produzione spettacolare che deve cercare momenti di pausa tra una catastrofe e un’impresa, ma come fuoco narrativo prioritario. Progetto che doveva essere affidato parecchi anni fa a Clint Eastwood, dopo alcuni anni è tornato a essere messo in cantiere, quando la produzione decise di chiamare alla regia il giovane e talentuoso Damien Chazelle, che non aveva ancora completato La La Land ma era reduce da Whiplash.

Così, a 33 anni, al suo quarto film, Chazelle ha lasciato il familiare terreno musicale che aveva contraddistinto tutte le sue opere precedenti realizzando un film epico e intimo al tempo stesso. Presentato come film inaugurale alla Mostra di Venezia, dove non sono mancati i critici delusi o freddi (gli stessi che magari accusano spesso il cinema americano di gonfia retorica), First Man riesce a raccontare una storia conosciuta da tutti (chi può dubitare come vada a finire?) ma con uno sguardo originale e toccante, quasi spiazzante nel suo “sottotono” (ne fanno le spese frasi e gesti famosi banalizzate dal sentirle e vederle di continuo in questi cinquant’anni). Una scelta in sintonia con il personaggio che racconta: scopriamo così che Armstrong, interpretato da un misuratissimo, perfetto Ryan Gosling (per la seconda volta con Chazelle dopo il fortunatissimo e già citato musical), era tanto affidabile e preparato nel suo mestiere – tanto da meritarsi posti di responsabili nelle missioni Gemini e Apollo – quanto in grandi difficoltà nell’esprimersi con gli altri, persone amate comprese.

In un film che alterna spettacolarità (sono state anche utilizzate cineprese IMAX), precisione nei dettagli (il casco e la tuta sono quelli veri!), claustrofobia soffocante – delle navicelle e delle gabbie personali – e ampi (ed emozionanti) spazi sconfinati, ma anche momenti privati e pause di riflessione, emerge un ritratto di grande sensibilità (ricco di silenzi, piccoli gesti, rari sfoghi), in cui rifulge il rapporto con la moglie (molto brava anche Claire Foy, ormai non più solo la regina Elisabetta della serie The Crown), che condivide con lui il dolore di un lutto impensabile ma lo sostiene anche nei suoi blackout emotivi. Con una significativa eccezione, in cui occorre più fermezza che dolcezza. Come ha una parte importante – in un film molto bello, che ha solo qualche lungaggine di troppo qua e là – l’acume dell’ingegnere e dell’astronauta e lo strazio dell’uomo per i compagni persi negli anni di avvicinamento alla Luna, o i tanti piccoli dettagli che hanno a che fare con la vita. Tutti aspetti che compongono il ritratto di una persona più a suo agio con i gesti che con le parole. Chiamato a una straordinaria avventura entrata nella Storia (e che a un certo punto poteva anche saltare: siamo ormai nel ’68, c’è la guerra in Vietnam, negli Usa le contestazioni anche per “l’inutile” corsa allo spazio erano fortissime) che lo avrebbe fatto diventare eroe suo malgrado. Attraverso lui, Chazelle celebra la grandezza dell’uomo quando concepisce imprese oltre le proprie possibilità, che sopravvivono anche al disinteresse delle stesse dopo l’esaltazione del momento.

Antonio Autieri