Final Portrait – L’arte di essere amici

Final Portrait – L’arte di essere amici

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Nella Parigi del 1964 un ritratto è lo spunto per narrare la poetica e il carattere di Alberto Giacometti

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Doveva essere la seduta di un pomeriggio ma James Lord, giornalista americano in visita a Parigi, non sapeva che quegli incontri con l’artista svizzero (conosciuto per aver scritto un paio di articoli su di lui) si sarebbero protratti per diverse settimane, in un’avventura di conoscenza fatta di prove ed errori, esaltazione e disappunto, nella creazione di un capolavoro incompiuto che sintetizza la poetica di una vita.
Evitando la strada del classico biopic Staney Tucci (bravissimo attore qui al quinto film da regista, a oltre vent’anni di distanza dal primo, l’ottimo Big Night), che a quest’opera ha dedicato dieci anni della sua vita, preferisce cogliere un segmento di una vita, appena 18 giorni, ma esplorando i dettagli fino a costruire attraverso di essi un microcosmo che coglie gli aspetti essenziali della vita e dell’arte di Alberto Giacometti. A dar corpo, con straordinaria capacità di immedesimazione, a Giacometti è l’attore australiano Geoffrey Rush, che dell’artista riesce a trasmettere anche la parte più leggera e spiritosa, evitando anche qui la trappola di una interpretazione ingessata e solenne. Un uomo divertente, quindi, Giacometti, ma anche compresso, come è evidente nel suo rapporto con le donne, la moglie Annette e la modella Caroline, una prostituta con cui intrattenne una lunga relazione. A osservare lo strano ménage, con stupore e curiosità, l’altro modello ovvero lo scrittore James Lord (nel film ha il fisico atletico e lo sguardo acuto di Armie Hammer), che da quell’esperienza eccezionale trasse il libro che è servito a Tucci come punto di partenza.
Tutto o quasi si svolge nello spazio angusto, ma pieno di dettagli, dello studio di Giacometti, un luogo che Tucci ha ricostruito, con la collaborazione essenziale del direttore della fotografia Danny Cohen, ispirandosi alla palette di colori propria di Giacometti (neri, grigi e bianchi). Così nello studio si ha una quasi totale monocromaticità, mentre il colore ritorna nei dettagli (il rossetto di Caroline, il vestito di Annette) e negli ambienti esterni come il caffè o la campagna di un occasionale giro in auto. Uno stile visivo che rifugge il facile romanticismo d’epoca, e che invece si richiama al realismo della nouvelle vague.
Final Portrait riesce ad essere così un film che parla d’arte senza mai annoiare perché lo fa attraverso i commenti estemporanei, ma sempre acuti, anche quando tradiscono un po’ di sana competizione (con Picasso, per esempio) di un artista originale e mai soddisfatto, che fece della propria incapacità di “finire” un’opera il suo tratto distintivo.

Luisa Cotta Ramosino

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