Figlia mia

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La piccola Vittoria è contesa tra la madre adottiva Tina, possessiva e affettuosa, e la madre naturale Angelica, imprevedibile alcolizzata.

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Da sempre interessata a raccontare figure femminili forti e spiazzanti, Laura Bispuri sceglie la Sardegna (assolata e ventosa, selvaggia e potente come le figure che vi si muovono) per esplorare il tema della maternità, incarnata da due donne imperfette e fragili, accomunate dall’amore per la piccola Sara, che di una è figlia naturale e dell’altra adottiva. Non sapremo mai come è nato e quali siano esattamente i termini dell’accordo che ha permesso a Tina (Valeria Golino), sposata, ma senza figlia, di portarsi a casa la piccola Vittoria dopo che aveva aiutato Angelica (Alba Rohrwacher) a partorire in circostanze fortunose. Del resto anche nel presente del racconto la vita di Angelica appare disordinata, tra stupore alcoolico e rapporti sessuali consumati nel retrobottega del bar del paese per sbarcare il lunario. Non le basta a pagare i debiti e, ora che ha la prospettiva di lasciare la sua casa sgarrupata per spostarsi sul “continente” , chiede a Tina di conoscere Vittoria, ignorata fino a quel momento.

Quello che doveva essere un unico incontro si trasforma però in una frequentazione segreta e costante che allontana Vittoria da Tina e fa rinascere in Angelica un qualche senso materno. È così che tra le due donne comincia una sorta di lotta per il possesso (quasi più che per l’affetto) della ragazzina che da parte sua comincia a interrogarsi sulla sua identità. Laura Bispuri non prende parti, ma presenta due donne che commettono errori finendo quasi per dimenticare la persona per cui sono in conflitto, o per ferirla in un modo che potrebbe essere irreparabile.

Lo sguardo della regista, tuttavia, non è mai giudicante, ma racconta le miserie di questi esseri umani con pietà, regalando all’unico personaggio maschile di un certo rilievo (il marito di Tina, interpretato dal bravo Michele Lombardi) il ruolo più positivo del film, un padre e marito che si dona senza riserve, pronto a raccogliere i cocci di una battaglia che non può avere vincitori.
Del resto anche la piccola Vittoria, che andrà incontro a una sorta di “rito di passaggio” nelle grotte pericolose di una necropoli isolata, finisce per capire che è compito suo scardinare la tensione che oppone una madre affettuosa ma possessiva (Tina) a una affascinante, ma discontinua ed egoista. Ed è lei che guida le due donne verso l’ipotesi di una relazione ancora tutta da costruire.

Delle due madri convince più Valeria Golino con la sua contenuta energia che Alba Rohrwacher, che rischia di strafare nel tratteggiare una donna sopra le righe un po’ prevedibile. Figlia mia, presentato in concorso al Festival di Berlino, è comunque un efficace racconto di personaggi, che sfugge in alcuni passaggi alle regole del realismo a favore di un racconto dalla forza archetipica capace di andare oltre l’inevitabilità della tragedia.

Luisa Cotta Ramosino

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