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<title>Le Recensioni di Sentieri del Cinema</title>
<description>Recensioni - sentieridelcinema.it</description>
<link>http://www.sentieridelcinema.it</link>
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<item><title><![CDATA[Polisse]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/rYQeFBnFAyA4DRsd49halbCUYXKyhC9pM2lG.jpg'></td><td valign='top'>Le battaglie di un commissariato parigino per la difesa dei minori.</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Non è facile il compito che hanno i poliziotti dell&#39;Unità di Protezione dell&#39;Infanzia di un commissariato parigino. Sono tutti i giorni a contatto con il problema della pedofilia o comunque delle minacce e delle attenzioni morbose che i bambini subiscono anche, anzi soprattutto, all&#39;interno delle loro famiglie. Un compito difficile che i poliziotti cercano di eseguire con il massimo della discrezione e della delicatezza possibile facendo i conti non solo con le emergenze da risolvere ma anche con le difficoltà del loro “privato” che inevitabilmente viene condizionato, anche pesantemente, dal lavoro quotidiano. Si indaga su padri troppo “attenti” ai figli, su madri troppo manesche, su istruttori con un debole per i loro allievi e si ascoltano le testimonianze dirette degli stessi bambini. <i>Polisse</i>, terzo film della regista Ma&#521;wen Le Besco (dopo <i>Le bal des actrices</i> del 2009 e <i>Pardonnez-moi</i> del 2006), meritatamente vincitore del premio della Giuria all&#39;ultimo Festival di Cannes, è stato messo in relazione a <i>A.C.A.B.</i> di Stefano Sollima in questi giorni nelle sale. In entrambi i film i protagonisti sono i poliziotti, ma se nel film di Sollima gli uomini del reparto celere si muovono tutti al limite tra legalità e illegalità (anzi spesso oltre il limite), si sentono accerchiati e minacciati da tutti, dagli ultrà ai naziskin fino alle istituzioni, i poliziotti dell&#39;Unità di Protezione dell&#39;Infanzia sono ben dentro i limiti della legalità, anche se devono prendere decisioni non facili (vedi la retata notturna in un campo rom) e hanno decisamente un comportamento molto più umano. Nel film un ruolo importante se lo ritaglia la stessa Ma&#521;wen nei panni di una fotografa inviata proprio per testimoniare l&#39;attività del commissariato. La sua posizione, dapprima estranea e di incomprensione, lentamente si trasforma in uno sguardo sempre più vicino e dentro la vita e l&#39;attività quotidiana della squadra di polizia; e questo è il percorso che fa anche lo spettatore. E&#39; infatti difficile rimanere indifferenti alle vicende raccontate dal film, sia che si tratti di lotta alla pedofilia, sia che si tratti del vissuto personale dei singoli poliziotti. Un&#39;ultima annotazione; nel cast – ma in un ruolo decisamente marginale – anche Riccardo Scamarcio che impersona il marito (ex?) della stessa Ma&#521;wen.

Stefano Radice</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1726]]></link></item><item><title><![CDATA[Hugo Cabret]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/UHdyvGadaXXnq8GrFtM2tpXPuvzvaBe397Df.jpg'></td><td valign='top'>Hugo è un orfanello che vive nei cunicoli di una stazione e ha un sogno: completare l&#39;opera del padre.</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Non sembri bizzarro, a chi conosce la filmografia di Martin Scorsese, che il regista di <i>Taxi Driver</i> e <i>Toro Scatenato</i> abbia girato un film (all’apparenza) per bambini. <i>Hugo Cabret</i> è molto di più e al tempo stesso è il meraviglioso tributo - creato con tutti i ferri del mestiere a propria disposizione - dell’affetto che un artista può mostrare per un maestro. Scorsese prende la storia di un orfanello che vive nascosto in una stazione ferroviaria della Parigi degli anni 30 e riesce a ricreare l’atmosfera del tempo, il fascino (esplicito e misterioso al tempo stesso) che hanno tutte le stazioni del mondo; ma anche il senso dell’avventura, l’amicizia, la struggente nostalgia di un bambino che ha perso i genitori e – last but not least – l’incredibile presa che il cinema dimostra da sempre di avere sulle persone di tutte le età. Senza disdegnare il 3D, Scorsese dimostra a settant’anni che si può essere curiosi e audaci, rimettendosi in discussione e accettando (vincendo) la sfida della tecnologia; la tridimensionalità del film (fatto salvo il calo di luminosità che gli occhiali causano) è delicata e per niente fastidiosa, acuendo la spazialità dei grandi spazi della Gare Montparnasse e tramutando i meccanismi degli orologi in un organismo che vive tanto quanto gli uomini che se ne prendono cura. Perché il piccolo Hugo è questo che fa, di nascosto da tutti, e specialmente dagli occhi del commissario della stazione che lo spedirebbe subito in un orfanotrofio: da solo si occupa della carica e della cura di tutti gli orologi di una grande stazione. Rimasto orfano del padre orologiaio e restauratore, abbandonato dallo zio ubriacone che aveva in cura gli orologi, Hugo continua pazientemente a fare il mestiere dello zio, ma al tempo stesso cerca di finire il lavoro del padre: rimettere in funzione un misterioso automa trovato in una soffitta di un museo. L’automa stringe una penna in mano: cosa traccerà sul foglio il suo pennino? Ma per aggiustare la macchina il bambino ha bisogno dell’aiuto del proprietario di un negozietto di giocattoli meccanici all’interno della stazione. L’uomo è burbero e scontroso, ma con lui c’è una bambina sorridente; potrà lei aiutare Hugo? Chi sia quell’uomo e quanto sia legato a Hugo (e a tutti noi amanti del cinema), Scorsese ce lo mostra con immagini e trucchi che ancora adesso fanno rimanere a bocca aperta: quell’uomo è George Méliès, il primo ad aver capito che quello che i fratelli Lumiére consideravano poco più che un passatempo offriva potenzialità praticamente infinite a chi avesse avuto idee e storie da raccontare. Scorsese, che ha il culto dei vecchi film al punto di aver creato una fondazione per il restauro delle vecchie pellicole, mostra allo spettatore del 2012 (e con la tecnologia del 2012) che ci si può far affascinare anche da fondali di cartone e sbuffi di fumo. E se appare da subito come perfetta l’accoppiata dei due giovani Asa Butterfield e Chloe Moretz, e la scelta di Ben Kingsley per il ruolo di Méliès, si rimane piacevolmente stupiti nello scoprire che Sacha Baron Coen sa misurarsi con un ruolo apparentemente da cattivo (l’ispettore ferroviario) ma che nasconde aspetti dolorosi e profondi. Al di là delle undici nomination agli Oscar 2012, Hugo Cabret è destinato a diventare una pietra di paragone: una qualità che ritroviamo spesso nei film di Martin Scorsese, un regista che ha saputo mantenere gli occhi spalancati dell’infanzia.


Beppe Musicco</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1724]]></link></item><item><title><![CDATA[Mission Impossible - Protocollo fantasma]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/mjqE5spI2lPq8ud490k84bfaPuIJjDKHyTnI.jpg'></td><td valign='top'>L’agente Ethan Hunt è accusato di aver fatto saltare il Cremlino a Mosca. Lui e la sua squadra sono tagliati fuori da ogni collegamento con i loro capi e abbandonati a se stessi, dovendo fronteggiare un terribile nemico</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Quarto episodio della saga di Ethan Hunt, questa volta per la regia di Brad Bird, che finora è famoso per aver diretto alcuni dei più bei successi della Pixar come <i>Gli incredibili</i> e <i>Ratatouille</i> e aver fatto parte del team creativo di <i>Up</i> e <i>Toy Story 3</i>; a dimostrazione che quando si tratta di film dai grandi effetti speciali, l’esperienza maturata nel settore CGI (computer generated imagery) può rivelarsi molto utile. Parliamo di effetti speciali, perché di certo <i>Protocollo Fantasma</i> è uno dei film più spettacolari degli ultimi anni, da questo punto di vista: illusioni ottiche create ad arte per ingannare i guardiani del Cremino, un duello in un parcheggio sopraelevato, sparatorie subacquee, ma soprattutto le scene girate a Dubai nel Burj Kalifa, il più alto grattacielo del mondo. Tom Cruise ha dichiarato di non aver voluto stuntman che prendessero il suo posto, e noi non sappiamo quanto delle scene girate a strapiombo sul grattacielo sia vero e quanto ricreato. Di certo il realismo e l’impatto su chi guarda il film (specialmente chi ha la fortuna di poterlo vedere nella versione IMAX) sono roba da mettere i brividi a chiunque, e sembra veramente anche allo spettatore di essere lì ad arrampicarsi sugli specchi a quasi mille metri di altezza in questo precipizio artificiale. La “missione impossibile” vede i nostri eroi impegnati a contrastare il piano originato dalla mente malata di Hendricks, uno scienziato pazzo che fa saltare il Cremlino per iniziare una guerra atomica mondiale, sterminare gran parte della razza umana e così porre le basi per un nuovo inizio sul pianeta. Dato che anche il Segretario di Stato americano è stato ucciso in un attentato, a Hunt e alla sua squadra non rimane alcuna protezione per cercare di sviare Hendricks dai suoi propositi; dovranno cercare di cavarsela da soli. Oltre ad Hunt ci sono Benji (Simon Pegg), uno di quegli esperti in grado di entrare in un palazzo e in cinque minuti, pigiando i tasti del proprio portatile, prendere il controllo di qualsiasi impianto, dall’ascensore ai semafori di mezza città; Jane (Paula Patton), una donna affascinante che in ogni momento sa prendere la decisione giusta (e all’occorrenza rafforzarla con qualche colpo ben assestato), e infine Brandt (Jeremy Renner), un misterioso analista che sembra avere un ruolo secondario nelle attività della squadra, ma si scoprirà molto più coinvolto di quanto sembri. Nonostante le quasi due ore e un quarto di durata, il film è un continuo susseguirsi di scene visivamente impressionanti e di grande tensione (alle quali si aggiunge una sottile e gradevole vena ironica), che obbligano a rimanere con gli occhi incollati allo schermo. Per poi uscire certi che Tom Cruise sia riuscito ad azzeccarla anche questa volta.

Beppe Musicco</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1721]]></link></item><item><title><![CDATA[ACAB - All Cops Are Bastards]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/ugC31fjc0gCyrDAGagxsdj8IB1GigSKpg3U2.jpg'></td><td valign='top'>Il duro lavoro di una squadra di celerini romani.</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Film duro, cupo dagli aspetti controversi. E&#39; l&#39;esordio cinematografico di Stefano Sollima, già regista della buona serie televisiva <i>Romanzo criminale</i> e che sceglie una materia difficile da trattare, quella raccontata dal giornalista Carlo Bonini nel romanzo omonimo <i>A.C.A.B.</i> (l&#39;acronimo sta per <i>All Cops Are Bastards</i>) in cui si racconta il lavoro duro e difficile dei celerini impegnati nei posti caldi del Paese, dal presidio allo stadio alle manifestazioni. Sollima (figlio del regista Sergio) ha molti meriti: il primo è quello di realizzare un robusto film di genere traendo il meglio dai quattro ottimi protagonisti (Giallini, Favino, Nigro e l&#39;esordiente, sorprendente Domenico Diele) e realizzando ottime sequenze d&#39;azione come quella in testa al film, molto realistica e coinvolgente. Il taglio è quello del documentario: tanti, fatti e poche parole. Il risultato è spiazzante. In questa epopea con protagonisti quelli che Pasolini chiamava i veri proletari anteponendoli ai sessantottini figli della borghesia e che Sollima tratteggia effettivamente come figli del popolo, impegnati in polizia più che per grandi ideali per pagare il mutuo, nessuno si salva da una violenza che genera violenza e da uno Stato che non svolge la sua parte. Il film da questo punto di vista è nerissimo e toglie ogni minima speranza nonostante la significativa svolta nel finale: c&#39;è chi come Cobra (Favino) è un veterano di poche parole e dai modi spicci. Un personaggio ambiguo, legatissimo ai suoi compagni che chiama fratelli, esempio vero per le “spine”, come vengono chiamate le reclute, ma vittima anche lui di eccessi di violenza. C&#39;è chi, come il novellino interpretato da Domenico Diele, è un coatto entrato in polizia perché senza reali alternative e che usa mezzi non leciti per garantire una casa alla madre sfrattata. Nel finale ha uno scatto di dignità che pagherà caro ma forse non basterà a garantirgli lo status di eroe positivo della vicenda. Altri sono dei padri alle prese con realtà problematiche: il bravo Giallini ha grosse difficoltà nel rapportarsi con un figlio caduto nella trappola neofascista mentre Nigro è alle prese, come tanti padri purtroppo, con il dramma della separazione e dell&#39;allontanamento della figlia. Sollima, per non cadere nelle trappole dell&#39;ideologia e del qualunquismo, evita discorsi sociologici e si attiene ai fatti. Il problema degli immigrati, lo sfascio della famiglia, la crisi economica da un lato, il fascino dell&#39;appartenenza ad gruppo di qualunque colore esso sia (dai circoli neofascisti alle squadre della polizia, ai coatti delle periferie, fino alle tifoserie). O sei in un gruppo o sei niente afferma Favino/Cobra. Il gruppo salva, meglio, ti fa sopravvivere perché lo Stato non fa la sua parte. La politica, rappresentata da un candidato consigliere comunale a Roma e sostenitore di Gianni Alemanno, è fatta di slogan e promesse non mantenute; lo Stato rappresentato dai funzionari di Polizia è decisamente poco incisivo. Conta quindi solo sopravvivere in un mondo che pare impazzito e immerso nella violenza e nel sangue: dall&#39;omicidio Reggiani al caso Sandri fino alla morte dell&#39;ispettore capo Filippo Raciti e alle violenze della scuola Diaz (davanti alle quai persino Cobra e compagni prendono le distanze). Sollima elenca fatti e descrive soluzioni, per lo più violente e inutili, come quelle del pestaggio della banda degli Albanesi, non cede, fortunatamente, al qualunquismo becero di alcuni poliziotteschi all&#39;italiana a cui pure guarda per stile e ritmo ma nemmeno indica una possibile via. Che non si trova né nella politica, né nelle istituzioni, né nella Chiesa e nemmeno nella famiglia.

Simone Fortunato </td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1723]]></link></item><item><title><![CDATA[Stalker]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/JP8SjRU4rEaOZ3gLuzRQRRVXVM52qoahfn8N.jpg'></td><td valign='top'>In un sinistro futuro atemporale gli uomini sono travolti da corruzione e burocrazia, vigliaccheria ed emarginazione. Non è rimasto loro altro che la Zona, “l’unico posto dove si può venire quando non c’è più niente in cui sperare”, come dice lo Stalker, la guida, allo Scienziato e allo Scrittore che a lui si sono affidati per esservi scortati. </td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Andrej Tarkovskij era forse l’unico regista che potesse definirsi anche un mistico e un profeta. Il solo che gli poteva stare in qualche modo vicino, per lirismo metafisico e visionaria capacità di sintesi, era il tedesco Werner Herzog, a cui però mancavano l’afflato etico e il rigore filosofico che pervadevano le opere del regista russo. Umile e orgoglioso come un pellegrino medievale, Tarkovskij incarnava lo spirito cocciuto e bramoso di assoluto dell’antica Rus’, la Russia bianca di cui era figlio ed erede. Anche per questo a noi occidentali, cartesianamente educati al culto della razionalità e dell’evidenza, i suoi film restavano così ostici e incomprensibili: pretendevamo lo “sviluppo organico” e le idee “chiare e distinte”, precludendoci così la possibilità di afferrarne il sostrato pregno di religiosità cristiana ortodossa. Tarkovskij invece, con la sua opera, aveva l’ardire di presumere che a un animo semplice e a un cuore puro nulla è negato, neppure la comprensione dell’indecifrabile. Tale sembra anche l’idea alla base di <i>Stalker</i>, intrigante poema cinematografico tratto molto liberamente da un racconto di fantascienza dei fratelli Arkadij e Boris Strugatskii, "Picnic sul ciglio della strada". Il film, quando uscì, diede l’impressione di non assomigliare a nessun altro film mai girato prima (cosa che peraltro in qualche misura poteva dirsi di tutte le opere di Tarkovskij). <i>Stalker</i> palesava sia la difficoltà già accennata a porvisi innanzi con una mentalità occidentale, sia l’inadeguatezza della critica ufficiale a giudicarlo con i criteri abituali. A che cosa valeva applicarvi gli strumenti della psicanalisi o della sociologia, oppure intravvedervi metafore politiche o religiose, se poi al tirar delle somme ogni ipotesi andava per la sua strada, magari addirittura contraddicendosi con le altre? Mai come nel caso di <i>Stalker</i> era sterile il lavoro di decodifica dei simboli che vi apparivano. Tarkovskij pareva mettere in scena il non-visibile, la quarta dimensione in cui vive senza saperlo una parte di noi stessi, l’altra faccia della coscienza: e nel far ciò egli risultava uno dei pochi registi in grado di inventare nuove forme espressive. <i>Stalker</i> è dunque un viaggio all’interno di noi stessi, della parte più recondita, un viaggio verso il desiderio che è, innanzi tutto, desiderio di felicità. Ma che, per essere colmanto, ha bisogno di una guida.
 Tra citazioni dell’Apocalisse e icone con Cristi sommersi nelle acque dell’inquietante Zona, lo Stalker risulta un innocente agnello sacrificale che deve subire la derisione delle persone a cui si è dedicato (verso la fine del film lo Scrittore gli pone in testa una corona di spine). Il personaggio, un po’ fra Don Chisciotte e il principe Myshkin dell’Idiota di Dostoevskij, è insomma l’ultimo idealista in un mondo degradato, dove gli adulti sono inariditi anche spiritualmente e soltanto i bambini (come già accadeva in <i>Andrej Rubliov</i> e ne <i>Lo specchio</i>) sembrano conservare ancora fede nel futuro.

Roberto Copello
</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1722]]></link></item><item><title><![CDATA[The Iron Lady]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/KBkJpCra1hhmqhPijVf9BJ6aciyAUx1XFV1C.jpg'></td><td valign='top'>La carriera politica di Margaret Thatcher, da giovane deputata del Partito Conservatore a Primo Ministro della Gran Bretagna</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />È una donna anziana qualunque, quella che la mattina entra in un negozio per comprare il latte, stupendosi di quanto sia salito il prezzo. Ma è al suo ritorno a casa, con lo scompiglio che ne segue tra assistenti e militari che non si sono accorti della passeggiata, che la signora si rivela per quello che è: Margaret Thatcher, protagonista della scena politica degli anni &#39;80; la donna che ha rivoluzionato la Gran Bretagna, riuscendo a essere rieletta per ben tre volte (nonostante l’opposizione più feroce della storia moderna del paese), ora è una persona che fatica a essere presente a se stessa e che alterna momenti di feroce lucidità ad altri in cui immagina di parlare con Denis (Jim Broadbent), il marito ormai deceduto da anni. 
Argomento non facile, quello del film diretto da Phyllida Lloyd (già regista del film musicale <i>Mamma mia!</i>): parlare di fatti e persone ancora vicinissimi a noi, che hanno compiuto gesti le cui conseguenze sono ancora determinanti nella politica contemporanea, specie se, come nel caso del film, la protagonista è ancora vivente, anche se da tempo ritirata discretamente a vita privata. Riuscire a muoversi sul crinale della storia, senza cadere nell’invettiva o (ancor peggio) nell’agiografia non è facile. In questo caso bisogna dire che tutto il merito va a Meryl Streep. L’attrice, pur essendo americana, non solo padroneggia perfettamente toni e inflessioni di una donna inglese, ma “entra” sorprendentemente nella parte, con una trasformazione somatica impressionante (onore ai responsabili del make-up: in altri film, come il recente <i>J. Edgar</i> di Eastwood, il risultato non è stato altrettanto felice). Il film abbraccia tutta la carriera dell’ex primadonna della politica del Regno Unito, dalla partecipazione giovanile ai comizi del padre sindaco, alla decisione di candidarsi (perdendo) e poi di ripresentarsi alla Camera dei Comuni per il Partito Conservatore; all’incontro con un giovane e spiritoso Denis Thatcher, che ben sapeva di sposare una donna che avrebbe sacrificato tutto (a partire dall’affetto per i figli) alla sua volontà di dedicarsi alla politica (bravi anche Alexandra Roach e Harry Lloyd, che interpretano la coppia in gioventù). Sul resto, fatto salvo quanto già detto sugli interpreti, il film risulta un po’ monocorde: tutti i caratteri appaiono poco più che figuranti, schiacciati come sono dalla presenza della Streep/Thatcher, che si muove come un panzer per tutta la durata del film senza dare molte possibilità interlocutorie a chi le sta intorno. Forse le scene più interessanti sono proprio quelle che si svolgono nel Parlamento, dove lo scontro dialettico mostra anche gli avversari laburisti, prima convinti di poter agevolmente sovrastare una donna dai toni un po’ queruli; poi sovrastati a loro volta dalla determinazione e dalla pervicacia di quella che era definita dai suoi stessi colleghi di partito “la figlia del droghiere”.

Beppe Musicco
</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1720]]></link></item><item><title><![CDATA[L&#39;arte di vincere]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/H2cG0FUM6jjOvMZQyuJeK5IjDhKsD8Tmkfes.jpg'></td><td valign='top'>Un manager di una piccola squadra di baseball sfida i colossi della Major League, nonché le proprie ossessioni e sofferenze.</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Continuando nel percorso di crescita artistica degli ultimi anni, Brad Pitt dimostra film dopo film che non è più solo il divo capace di far innamorare legioni di spettatrici e di attirare lettrici di rotocalchi con le sue vicende personali. Dopo la superba prova in <i>The Tree of Life</i>, in <i>Moneyball</i> – rititolato per l’Italia <i>L’arte di vincere</i> – cesella forse la sua interpretazione più bella e sentita, che gli ha regalato una nomination all’Oscar. D’altronde il personaggio di Billy Beane, manager di una squadra di baseball, è di quelli in cui ogni grande attore americano vorrebbe cimentarsi. E si giova di una sceneggiatura perfetta (scritta da Aaron Sorkin, talentuoso autore dello script di <i>The social network</i>, insieme a Steven Zaillian), con dialoghi formidabili. Se si aggiunge un cast di prim’ordine, con attori non tutti famosi ma ispirati e affiatati (da citare almeno Philip Seymour Hoffman e il giovane Jonah Hill), ne viene fuori un piccolo ma intelligente e apprezzabilissimo film, caratterizzato dallo di stile nervoso e intenso della regia di Bennett Miller (che esordì in <i>Truman Capote – A sangue freddo</i>).
Gli Oakland Athletics sono la Cenerentola della Major League, il maggiore campionato di baseball amwericano. Billy Beane si trova ad affrontare la crisi della squadra, cui società più ricche e potenti portano via campioni e talenti, e dal fatto che il proprietario non è disposto a investire ulteriormente. La sua vita privata non va meglio: separato dalla moglie, che vive con un altro uomo, vede poco la figlia; e di questo soffre molto (che bella la scena in cui lui si commuove per la figlia che canta). 
La scossa, professionale e personale, arriva quando Billy incontra il giovane Peter Brand, maniaco della statistica applicata alle performance sportive: il manager, dalle intuizioni geniali e dal brutto carattere, lo impone in società di fronte a collaboratori vecchi, pigri e indolenti che ironizzano su quel ragazzone timido e intelligente, in cui Billy vede un grande potenziale. Come sa trovarlo in giocatori poco famosi (e poco costosi) su cui decide di puntare, comprandoli per pochi dollari e facendoli sentire importanti nella propria squadra. È questo il talento di Billy Beane: valorizzare quel che per altri è uno scarto, stimolare le capacità (anche bruscamente) di giovani promesse, dare una seconda possibilità. Ma per chi non accetta la sua sfrenata tensione al miglioramento, si apre velocemente e senza complimenti la porta dell’uscita. Rivoltando di continuo la squadra e raddrizzando i conti della società, Beane butta sul tavolo la sua capacità di affascinare il prossimo e di educare e far sviluppare il talento (che divertimento c’è a comprare un campione già pronto?), ma anche la sua abilità di bluffare nelle trattative di mercato. In questo modo, una squadra di perdenti inizia a inanellare successi e risalire la classifica dall’ultimo posto alle prime posizioni. E dopo un record incredibile di venti vittorie di fila, per gli Oakland Athletics si avvicina l’ipotesi di vincere un impossibile titolo di campione nazionale della stagione 2002…
Storia vera di un personaggio diventato famoso negli Usa come nel calcio europeo possono essere Josè Mourinho o l’inglese Brian Clough (allenatore inglese immortalato nel bel film <i>Il maledetto United</i>), <i>L’arte di vincere</i> non è solo un film sullo sport (si vede poco baseball, ed è una scelta azzeccata), se non come ambito in cui si impara a vincere e a perdere, quindi a vivere. È la storia di un uomo perennemente sul ciglio del burrone, roso da inquietudini e ossessioni (c’entra anche il suo passato, di grande talento che si perse per strada: un sogno diventato un incubo), sofferenze e scatti d’ira (memorabile una sfuriata ai giocatori dopo una sconfitta, negli spogliatoi), ma incapace di arrendersi di fronte alle difficoltà quanto di sentirsi appagato da vittorie che non gli leniscono le ferite dell’anima. Un uomo, in fondo, molto meno cinico di quanto vorrebbe far credere: “È dura non essere romantici col baseball…” afferma Billy/Brad. Una frase che, peraltro, sta bene per qualsiasi sport.

Antonio Autieri
</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1719]]></link></item><item><title><![CDATA[E ora dove andiamo? ]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/6X2gQdVRsmMzTLFUZiVLL7cZhtOpqRifiqhr.jpg'></td><td valign='top'>In un paesino mediorientale sospeso tra realismo e favola, una piccola comunità è divisa dall’astio tra cristiani e musulmani.</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Il film si apre con un funerale “danzante”, e già questo può lasciare perplessi. L’ambientazione è un paesino mediorientale isolato dal resto della nazione (che tutto fa pensare sia il Libano, anche se non viene mai nominato, non foss’altro che per le origini della regista Nadine Labaki) dalle montagne, da mine inesplose e dal ponte diroccato. Nel villaggio la bella proprietaria del bar-ristorante (interpretata dalla stessa Labaki), la vedova cristiana Amale, ama in silenzio il muratore musulmano Rabih, mentre i due gruppi religiosi (maschili) sembrano cercare solo un pretesto per provocazioni, risse e violenze, e le poche persone di buona volontà (quasi solo donne) cercano di vivere alla meno peggio, tra televisioni di cui disperatamente si cerca di captare il segnale e tentativi comici di distrarre i loro uomini da sentimenti bellicosi, per esempio invitando un gruppo di ballerine ucraine avvenenti e scollacciate. Ma la tragedia è dietro l’angolo, quando uno scontro tra fanatici fa una vittima giovane e innocente. Da qui la voglia di vendetta e il rischio del divampare di uno scontro sanguinoso.
Nadine Labaki, affascinante come attrice quanto sopravvalutata come narratrice-regista, come già in Caramel affronta un tema apparentemente difficile ma in realtà molto frequentato dal cinema contemporaneo – là la solidarietà tra donne sempre in un microcosmo di difficoltà sociali ed etniche, qui esplicitamente la convivenza difficile tra diversi gruppi religiosi – con un mix di sorriso e di dramma che stavolta le sfugge di mano. La commedia lascia il posto al grottesco e a tratti addirittura al musical; due generi difficili da maneggiare, anche per un livello complessivo di attori ben inferiore al gruppo di donne di Caramel. Se poi ci si mettono bruschi passaggi – dalla morte ingiusta di un ragazzo a un ballo tra donne in cucine mentre preparano un dolce “tossico” per intontire gli ottusi uomini del paese – il fastidio rischia di superare il livello di guardia, tra melensaggini, tirate patetiche (“ci farete disgustare Dio”) e situazioni che vorrebbero strappare un sorriso ma raramente ci riescono. E anche qualche spunto interessante si perde, fino all’ultima, metaforica, insistita scena finale che sorregge il titolo. Debole, come tutto il resto, nonostante questo film dalle conclusioni più semplicistiche che profonde abbia ottenuto una buona accoglienza critica e qualche premio che sembrano francamente generosi. 

Antonio Autieri</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1725]]></link></item><item><title><![CDATA[Il sentiero]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/85YBveTP0shEOxTATNKpxObUUhcTa91txZXz.jpg'></td><td valign='top'>Una coppia entra in crisi quando lui riscopre la religione musulmana, vissuta integralmente.</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Luna e Amar sono una coppia innamorata; i due giovani vivono insieme nella Sarajevo di oggi. Luna fa la hostess e Amar lavora in aeroporto. Tutto sembra filare liscio fino a quando Amar non viene sospeso dal lavoro a causa dei suoi problemi con l&#39;alcol. Durante la sospensione ritrova per caso Bahrija, un suo ex commilitone nell&#39;esercito che, nel frattempo, è diventato un musulmano osservante wahhabita. Bahrija trova un lavoro ad Amar come insegnante di computer ai bambini in un centro culturale islamico isolato dalla città. Luna va a trovarlo ma dopo un giorno lascia il centro non riuscendo ad accettare il modo di vivere wahhabita. Al ritorno di Amar tra i due non ci sarà più la stessa intesa. Amar inizia a frequentare la moschea, a seguire i precetti dell&#39;Islam tradizionale, a vivere per “diventare un uomo migliore” come dice alla compagna; da parte sua Luna non riconosce più nel compagno l&#39;uomo che ha amato. E neanche l&#39;arrivo di un figlio riesce a raddrizzare i rapporti tra i due...
Sgombriamo il campo da una facile interpretazione. Ne <i>Il sentiero</i>, Jasmila Zbanic, già regista di <i>Grbavica – Il segreto di Esma</i>, non ha voluto fare un film sulla contrapposizione tra un mondo musulmano tradizionale, chiuso e negativo e un mondo più laico, aperto e positivo. Senza dubbio il mondo wahhabita viene rappresentato con i suoi eccessi ed esagerazioni, ma anche quello più “aperto” viene raffigurato con le sue debolezze, imperfezioni e superficialità. Quello che interessa veramente Jasmila Zbanic è focalizzarsi sulla coppia Amar-Luna e su come gli equilibri tra loro cambino quando Amar inizia il suo percorso religioso. Domina una chiara visione pessimista: quello che emerge è che tra questi due modi di vivere non ci può essere comunicazione e scambio e anche i sentimenti e le relazioni più profonde sono destinate a non resistere. Ma c&#39;è un altro piano che la regista vuole raccontare ed è quello del passato legato alla guerra etnica che ha insanguinato i Balcani e che Amar e Luna sembrano aver rimosso. Qui, però, la narrazione si fa meno convincente e anche il momento in cui Luna decide, dopo anni, di andare a visitare la sua casa d&#39;infanzia da cui la famiglia è dovuta fuggire a causa della guerra risulta quasi un fatto estemporaneo, che non riesce a trasmettere il pathos come nelle intenzioni della regista. 
 
Stefano Radice</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1714]]></link></item><item><title><![CDATA[Benvenuti al Nord]]></title><description><![CDATA[<table border='0' cellspacing='2px' cellpadding='1px' width='750px'><tr><td valign='top'><img align= border='0' src='http://www.sentieridelcinema.it/public/imgfilm/med/Dt1A5UFbXxmAxL1UXyKAz73ZJL1zF425Ldv2.jpg'></td><td valign='top'>Per un equivoco Mattia finisce a lavorare a Milano. E lì saranno dolori.</td></tr><tr><td colspan='2'><hr />Commedia garbata e corretta, meno divertente del primo episodio ma nemmeno troppo. Lo schema è lo stesso: si cambiano scenari (una Milano poco nebbiosa e molto solare), si aggiunge qualche caratterista (la Baldini nei panni della Dodi, Francesco Brandi), si inserisce nel cast Paolo Rossi (superdirettore di Poste Italiane) e le novità si fermano qui. Il resto è già visto, un po&#39; nel senso che alcune sequenze, mostrate come dei ricordi, sono scene estrapolate dal primo film, un po&#39; perché Miniero, che pure è un bravo regista, sceglie la strada più comoda, quella di riproporre le stesse gag e le stesse situazioni simpatiche di <i>Benvenuti al sud</i> ma a parti invertite. Così, ecco un viaggio in macchina, dal Sud al Nord e un&#39;altra tavola imbandita con cibi e pietanze più o meno “lumbard”. Ecco un contesto lavorativo facilmente intuibile: un modello di Poste – in realtà qui il film vira sulla fantascienza pura – tutto efficienza e zero sprechi. Il film scorre leggero e non dà fastidio anche se lo spettatore deve fare slalom tra i troppi marchi pubblicitari che giganteggiano in ogni sequenza. La sceneggiatura di Fabio Bonifacci (quello dei due <i>Lezioni di cioccolato</i> e di molte commedie recenti), che sostituisce Massimo Gaudioso autore del primo episodio, privilegia il saputo e non confeziona grandi gag, a parte quella, simpatica davvero, sugli articoli davanti ai nomi propri. Lo sceneggiatore di <i>Amore, bugie & calcetto</i> ha il vizio di schiacciare molto i caratteristi: quelli del primo episodio si vedono poco, e quelli nuovi, pur bravi (la Baldini in particolare sembra scimmiottare Franca Valeri, il grande Teco Celio in un piccolo ma efficace ruolo di leghista) non hanno spazio. Spazio che invece hanno e in abbondanza la coppia Siani/Bisio, il primo trattenuto e diligente come in <i>Benvenuti al Sud</i>, il secondo ormai abituato a essere visto come il comico di casa da tanta parte del pubblico italiano, il tutto a discapito della Finocchiaro e della Lodovini, quest&#39;ultima soprattutto, lasciate un po&#39; nell&#39;ombra. I difetti vengono bilanciati almeno in parte dall&#39;assenza della volgarità, sicuramente un buon segno per un film che piacerà tanto e che sarà tanto visto, ma d&#39;altro canto manca totalmente la volontà di graffiare davvero sull&#39;Italia e sugli Italiani. Insomma, nulla a che vedere con la comicità amara della Commedia all&#39;italiana e una bella distanza anche dai due film interpretati da Checco Zalone, <i>Cado dalle nubi</i> e <i>Che bella giornata</i>, film più cattivi, più scorretti, anche sui pregiudizi Nord-Sud, forse meno “costruiti” ma infinitamente più divertenti.

Simone Fortunato</td></tr></table>]]></description><author>info@sentieridelcinema.it</author><link><![CDATA[http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?id=1718]]></link></item> 

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