Ex Machina

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Un giovane programmatore viene selezionato da un guru dell’informatica per testare un nuovo prototipo di robot ad alta intelligenza da lui creato.

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Un guru dell’informatica e inventore di un potentissimo browser di ricerca, seleziona Caleb, giovane programmatore e suo dipendente, per testare una IA (intelligenza artificiale) capace di sentimenti e attività cerebrali del tutto umane. Il ragazzo si reca nel suo laboratorio, un bunker ad alta sicurezza sperduto in mezzo ad una foresta dove neanche i cellulari hanno ricezione; dovrà rimanere una settimana in compagnia del suo mentore e di questa rivoluzionaria IA da lui creata, per dare un giudizio sul lavoro compiuto. Ma quando le porte del laboratorio si chiuderanno alle sue spalle, Caleb si ritroverà coinvolto in macchinazioni, inganni e pericoli che non avrebbe mai immaginato di dover affrontare…
È un mondo claustrofobico quello creato da Alex Garland in questa sua pellicola dal tono di cupo dramma fantascientifico; le ambientazioni labirintiche del laboratorio nel quale il giovane protagonista sarà rinchiuso durante tutta la durata del film sono ingannevoli ed impenetrabili quanto le intenzioni del mago dell’informatica – un bravissimo Oscar Isaac – che li ha costruiti. Il film si apre con il classico espediente del ragazzo nerd, carico di aspettative per un’avventura di alto profilo intellettuale che promette di cambiargli la vita; in questo caso però l’occasione narrativa che apre ad una lettura più profonda di tutta l’opera devìa dai binari del canone fantascientifico classico. Il canonico ritornello dello scontro tra i robot semi-umani che prendono il potere contro un genere umano che lotta invano è abilmente aggirato: la suspense e l’angoscia dello sviluppo narrativo puntano tutto sull’enigmatica duplicità della componente umana. Garland costruisce una sorta di fantascienza da camera, riccamente dialogata con parole pregne di ambiguità che scorrono tra l’ingenuo Caleb e Nathan, mostro informatico e suo mentore: egli è archetipo dell’uomo di successo distruttivo e autodistruttivo; ricchissimo, curato nel fisico e dotato di una buona dose di narcisismo, non si fa scrupoli a eccedere con alcool e comportamenti al limite della ragione. Così Caleb si ritrova coinvolto in test e lunghe conversazioni con il robot Ava, spiato da una telecamera e ben cosciente di trattare con una realtà artificiale, costruita di alluminio e dotata di sinapsi rigorosamente programmate; ma d’altro canto Ava, interpretata dalla bella e efficacemente ingessata Alicia Vikander, è rappresentata sin da subito come un essere puro e trasparente nelle sue intenzioni, un animale raro intrappolato in una gabbia da zoo dal suo carnefice. E’ proprio qui che lo spettatore inizia a percepire il sentimento perturbante della sovrapposizione tra uomo e macchina, la suspense del dubbio di una mente messa alla prova da situazioni paradossali quanto spaventose.
È allora raffinatissima la logica che ci conduce a comprendere che nella scelta tra l’uomo e il robot non sempre è immediata la decisione della parte da cui stare. In una serie di opportuni indizi che Garland semina, sembra essere presente il suggerimento che in fondo la nuova macchina, come essere umano, – troppo umano -, non sia altro che il riflesso del suo creatore. Anch’esso debole e pieno di paure, sa trasfigurarsi all’occasione anche in una creatura crudele, doppia e meccanicamente disumana, in barba alla materia organica che lo compone. Pur non mancando di qualche momento di eccessiva sovrabbondanza verbale, la pellicola ha uno sguardo intelligente e il grande pregio di mantenersi sul filo di una rappresentazione credibile e perturbante: quella di un domani temuto, che forse è già un oggi del quale semplicemente non riusciamo ancora a realizzare la presenza.

Maria Letizia Cilea

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