Doveva essere una vacanza, ma Nick e Dylan decidono di fermarsi in Colombia: il sogno, aprire una scuola di surf sulla spiaggia, dove iniziano a costruirsi un rifugio insieme ad altri (tra cui la moglie di Dylan). Nick conosce intanto una bella ragazza, Maria, ed è un colpo di fulmine reciproco. E mentre alcuni teppisti locali li minacciano se non pagheranno loro una “tassa”, Nick inizia a frequentare la ragazza che lavora per la campagna elettorale al Senato dello zio, Pablo Escobar. Viene così introdotto in una famiglia ricca e potente. «Come ha fatto i soldi tuo zio?», chiede Nick alla dolce Maria, che candida le risponde: «Con la cocaina». Un magnate che esporta un bene nazionale all’estero, che è amato dal popolo tanto da farsi eleggere grazie alla sua “generosità”. Ma il suo vero volto lo abbiamo intravisto in un incipit notturno teso e angosciante: Nick, entrato a lavorare nell’azienda di famiglia (lasciando così il fratello), nonostante la “benevolenza” del boss inizia presto ad avere dubbi, ma gli sarà chiesto addirittura di partecipare a una missione criminale, con sparizione di un carico di droga e forse persino un omicidio… Riuscirà a non perdere l’innocenza? E con la consegna di Escobar alle autorità – grazie a un accordo con il governo – finirà per lui questo incubo, insieme a Maria?
Per debuttare alla regia l’attore italiano Andrea Di Stefano (che si fece notare ne Il principe di Homburg di Marco Bellocchio prima di una carriera divisa tra cinema e tv in Italia ma soprattutto all’estero), insieme alla sceneggiatrice Francesca Marciano, sceglie un soggetto complesso e rischioso: il rapporto tra un giovane canadese e il narcotrafficante Pablo Escobar nascondeva molte insidie. Si rischiava infatti di riproporre tematiche viste molte volte (rischio non evitato completamente, anzi), come la possibile fascinazione per un criminale ma soprattutto la “corruzione” di un’anima candida. Nick in realtà pare fin dall’inizio perplesso per quanto intuisce o inizia a vedere, ma evita di farsi troppe domande, o meglio sembra aver paura di farsele. Quanto alla giovane Maria, sembra troppo brusca la sua presa di coscienza. Ma i pregi del film sono altri. In primo luogo un Benicio Del Toro come sempre ambiguo e debordante nel ruolo di un criminale che ama la famiglia e crede in Dio (arrivando però, nella sua follia, perfino a minacciarlo…) e uccide senza problemi i collaboratori più vicini per paura, sospetto o semplice precauzione; una figura quasi sullo sfondo rispetto al giovane protagonista, ma che pure con pochi tocchi rimane nella mentre, dall’ossessione di “dirigere” le persone come un vero regista (nei filmini o foto di famiglia, lui dietro la macchina da presa dà ordini a tutti) ai travestimenti da mattatore. Soprattutto, il tono di continua tensione non lascia mai lo spettatore; diventando in alcuni momenti (la caccia all’uomo notturna nel paesino, con esercito e polizia al suo servizio) quasi insostenibile. Non tutto funziona, e il finale per quanto sia forse quello più verosimile sembra un po’ brusco prima del flashback finale che rievoca il paradiso terrestre (citato nel titolo originale) sognato dai due fratelli. Ma come opera prima, di produzione internazionale e su un soggetto così ambizioso, è apprezzabile. Per quanto, a chi segue in tv Narcos potrà far storcere il naso: il respiro della lunga serialità, oltre tutto con una produzione di alto livello, riesce a rendere meglio tutte le sfumature e le vicende assurde e paradossali di una storia criminale come quella di Pablo Escobar.

Antonio Autieri