End of Watch – Tolleranza zero

End of Watch – Tolleranza zero

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Due poliziotti, inseparabili sul lavoro e molto amici, fronteggiano il crimine di Los Angeles.

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È una bella sorpresa End of Watch – Tolleranza zero, terzo film da regista per David Ayer, già sceneggiatore di Training Day, Fast and Furious, S.W.A.T. e poi esordiente alla regia con Harsh Times con Christian Bale. Il film ci mostra subito in azione Brian e Mike: due poliziotti tanto diversi (uno anglosassone e con tante donne, l’altro ispanico e fedelissimo alla moglie) quanto legati tra loro da sincera amicizia, al punto da frequentarsi anche nella vita privata. ,La loro professione li porta sempre alle soglie di pericoli mortali, tra gang di etnie rivali e traffici loschi da cui sarebbe meglio stare alla larga. Loro lo sanno ma mettono in conto i rischi del mestiere. Ma non sono agenti muscolari e spicci, bensì due ragazzi seri, coscienziosi, a volte simpaticamente sopra le righe, ma con la testa a posto. A volte eroi, come quando salvano due bambini da un incendio e si meritano elogi dai colleghi e medaglie dalle istituzioni. Sicuramente due uomini veri, anche fuori dal lavoro. E se Mike è un buon marito, appena diventato padre, anche Brian desidera in fondo una famiglia e una sicurezza affettiva, che trova poi in una ragazza che diventerà sua moglie.,Ayer mette in scena un film di grande tensione emotiva e dal ritmo spesso frenetico nelle scene d’azione, intervallate da momenti più riflessivi, da potenti squarci di passaggio al limite del lirismo ai dialoghi in auto tra i due agenti amici, fino alle scene che coinvolgono le rispettive mogli Gabby e Janet (la scena del matrimonio tra Brian e Janet è molto bella, con questi due ragazzi che ballano divertiti con grande sintonia tra loro). L’azione è mostrata “in diretta”, per via dell’uso continuo da parte di Brian di videocamera o di microcamere nascoste per un video che il ragazzo sta realizzando sulle attività del distretti di polizia. Ma è un’azione che se ci porta da un lato in un mondo di violenza, squallore, degrado e guerre tra bande in cui la vita umana non ha valore, dall’altro ci mostra a poco a poco le qualità umane dei due protagonisti. Che sanno di avere un grande compito, nel servire la legge e lo Stato, ma lo portano avanti senza pose da eroe o abuso del ruolo, ma consapevoli (come esemplificato dal monologo iniziale di Brian). Che sanno, soprattutto, di avere sempre un collega amico al fianco, con cui ha un senso buttarsi nella mischia a rischio della vita. Così amici da scambiarsi senza ritegno frasi al limite della retorica (“ti voglio bene, amico”), dove però la retorica è spenta subito dall’ironia (i colleghi: “perché non vi sposate voi due?”), così sinceri da dirsi in faccia quello in cui (“il matrimonio è per sempre, una promessa davanti a Dio”). Due grandi amici, anzi due che si sentono fratelli. Pronti a promettersi di pensare ognuno alla famiglia dell’altro, se “sul lavoro” andasse a finire male.,A rendere il tutto più credibile, non solo un uso superbo dell’azione (eccezionale il montaggio), con momenti di grande tensione, ma anche una sceneggiatura ricca e originale, attenta ai risvolti umani dei poliziotti – guardati con grande simpatia – e tesa a evitare facili trappole; ma anche senza vergognarsi di toccare corde sincere e piene di sentimento, quando occorre. Fondamentale, però, è la coppia di protagonisti, davvero in forma: i bravissimi Michael Peña e soprattutto Jake Gyllenhaal, sempre meno divo hollywoodiano e sempre più interprete versatile e a tutto tondo. Sono loro a conferire autenticità e vigore a un poliziesco bello e inconsueto, tra i migliori degli ultimi anni.,Antonio Autieri

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