End of Justice – Nessuno è innocente

End of Justice – Nessuno è innocente

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Un avvocato dalla forte carica ideale si trova in crisi al momento di fare una scelta determinante per il suo futuro.

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Roman J. Israel (Denzel Washington) è un avvocato afroamericano di mezz’età, cresciuto nel clima delle battaglie per i diritti civili. Ha sempre lavorato in ufficio per preparare le cause che il titolare dello studio, nonché suo mentore, avrebbe discusso in tribunale. Quando questi muore, l’unica possibilità che gli viene offerta è di andare a lavorare per George Pierce, un giovane rampante con pochi scrupoli (Colin Farrell), ma già proprietario di tre studi legali. Il nuovo lavoro e un’inaspettata occasione di guadagno, fanno assaporare per la prima volta a Roman cosa voglia dire vivere nel lusso, e accorgersi della sua condizione di idealista squattrinato, vestito come se fosse ancora negli anni 70, in un mondo di affaristi assetati di successo, denaro e potere.

Se l’interpretazione del due volte Oscar Denzel Washington è sempre di prima classe, la regia di Dan Gilroy (Lo sciacallo) lascia molti aspetti che rendono dubbiosi (come lo lascia il titolo “italiano” che è in inglese ma inventato). Il regista dipinge Israel come un uomo vicino all’autismo: ascolta ossessivamente musica degli anni 70, evita le fessure del lastricato quando cammina, attacca verbalmente gli sconosciuti per strada, ha una memoria prodigiosa che gli permette di ricordare infinite cause e giudizi, ma è totalmente inadatto a comparire in tribunale, in quanto incapace di una pur minima forma di compromesso. Una descrizione che a fatica calza con la scioltezza con cui Israel si presenta in pubblico per scaldare gli animi dei giovani e rinverdire la stagione della lotta per i diritti degli afroamericani, ma anche nel suo rapporto con l’altro sesso, molto meno problematico di quel che ci si aspetterebbe da un uomo con i suoi rituali e le sue difficoltà di comunicazione. Allo stesso modo Pierce viene dipinto come un uomo senza scrupoli, che assume Israel solo con l’obiettivo di usare della sua memoria e conoscenza dei codici, ma che rimane colpito della carica ideale dell’ex attivista. In realtà la “conversione” di Pierce, specie per chi conosce i personaggi interpretati solitamente da Colin Farrel, risulta tanto inverosimile quanto opportuna. Il ravvedimento permette di dare una svolta al film e alla visione di una giustizia che viene negata ai più deboli che si trovano difesi da avvocati che non hanno nessuna voglia di prepararsi per affrontare un dibattito processuale, e accettano così accordi che penalizzano i clienti. Ma questo tema non viene sviluppato, per far proseguire la storia di Israel sui binari più semplici ma inconclusi di una sottotrama da film thriller. Peccato, perché il ruolo come sempre definito istrionicamente da Denzel Washington poteva veramente essere il cuore di uno studio su un personaggio candido in un mondo di lupi. Così, resta solo una bella interpretazione sprecata in un film da cui aspettarsi molto di più.

Beppe Musicco

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