Easy – Un viaggio facile facile

Easy – Un viaggio facile facile

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Un ex pilota aspirante campione, da anni depresso e obeso, accetta una strana richiesta dal fratello: portare in Ucraina la bara di un operaio morto per un incidente sul lavoro

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Un lavoro facile facile, dice il sottotitolo del film, che infatti si intitola Easy. Che però è anche il nomignolo con cui viene chiamato l’enorme Isidoro, ex potenziale campione automobilistico che un bel (brutto) giorno si fermò in pista, apparentemente senza motivo (solo perché era ingrassato?), e non corse più. Ne derivò una devastante depressione che lo portò a confinarsi sul divano di casa a giocare alla Playstation (alle corse…, in cui rimane bravissimo anche “da fermo”) e a mangiare di tutto. Nonché a riempirsi di psicofarmaci. Anni di immobilismo, fisico e umano, per questo uomo di 35 anni che sembra un bambinone. Poi il fratello, molto spregiudicato, gli chiede un “piccolo” favore, un lavoretto, appunto facile facile: portare in Ucraina la bara di un operaio, così che i parenti possano piangerne la morte e, forse, consolarsi. Tanto lui, guidare l’auto (adattata a carro funebre) lo sa fare ancora, anche se lui vorrebbe rifiutarsi (non lo fa da troppo tempo). In effetti, guidare gli riesce ancora. Tanto che si mette a sfrecciare e a gareggiare in autostrada con un altro veicolo. E si perde per le strade dell’Europa dell’Est. Ne conseguiranno vicende e disavventure di ogni tipo.

Impaginato con un bello stile visivo, che a tratti ricorda i western, e accompagnato da un umorismo surreale tra Kaurismaki e il cinema slavo (come il primo Kusturica), almeno come aspirazioni, l’opera prima (dopo tanti corti e documentari) del 46enne riminese Andrea Magnani è un’operina interessante e ben fatta, che si poggia sull’eccellente prova di Nicola Nocella (che si rivelò nel 2010 con Il figlio più piccolo di Pupi Avati), affiancato da un Libero De Rienzo un po’ troppo uguale ad altri suoi ruoli nei panni del fratello; mentre il cameo di Barbara Bouchet si fa apprezzare, anche per autoironia (le sedute di aerobica per anziane, per strada). Nocella ci mette tutto il suo impegno e convinzione, che meriterebbero sicuramente qualche riconoscimento (una candidatura ai David di Donatello ci pare il minimo). Eppure, c’è qualcosa di troppo scritto e programmatico nella storia, che si innerva in tanti piccoli episodi cui si fatica a credere nonostante i disagi mentali di Isidoro (alla dogana ungherese lo convincono che devono radergli la barba perché altrimenti non è riconoscibile sul passaporto, i poliziotti che lo arrestano e se lo fanno sfuggire incredibilmente dopo aver intonato su richiesta “Felicità” di Albano e Romina Power…). Mentre la voluta lievità del film si scontra a volte con scene sopra le righe (il protagonista che ruba e mangia ostie consacrate) o dovrebbero far ridere e non ce la fanno (il prete innamorato che ha perso la fede e lascia la Chiesa per fare il cantante), con un umorismo più “imitativo” che originale e, soprattutto, efficace. Mentre il progressivo affondo emotivo porta a un finale meno toccante di quanto poteva essere (anche per la rivelazione che lo riguarda, davvero strampalata, e quelle sui genitori troppo “raccontate”; seppur il dialogo tra lui e una ragazza che parlano ognuno la sua lingua senza capirsi ha una sua tenerezza). Un discreto esordio, con un ottimo protagonista e un gusto universale per il racconto (che sembra la variabile comico-surreale de Il responsabile delle risorse umane, film israeliano del 2010 di Eran Riklis, tratto dall’omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua). Ma che vorrebbe essere poetico e risulta un po’ forzato e a tratti irritante. Anche se il finale ha un bel guizzo, di quelli che migliorano un film non perfetto, ma anche che fanno pensare a come poteva essere più robusta tutta l’operazione con un po’ più di cura.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...